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Vietato fumare

Non c’è dubbio che stiamo diventando tutti più civili. Lo dico davvero. Vi ricordate quando si andava al cinema e, nonostante i cartelli di divieto, la gente fumava tranquillamente?

 In un secondo momento, la gente continuava a fumare, ma lo faceva con discrezione: nascondeva o, perlomeno, non esibiva la sua sigaretta alla vista degli altri. Adesso al cinema non si fuma più e, quanto prima, non si fumerà nei ristoranti, nemmeno se il pranzo è stato lungo, sostanzioso e concluso con amaro e caffè. Credo, ancora, che non si fumerà nei locali pubblici e in tutti quei posti, forse anche all’aperto, dove l’atto del fumare potrebbe dare fastidio agli altri.

 Forse non si potrà fumare neanche in casa, perché, giustamente, ci possono essere bambini o adulti cagionevoli di salute o, semplicemente, esseri umani che hanno il diritto di vivere a lungo e in buona salute.    

 Giacché ci troviamo, diciamo pure che saranno bandite dalla tavola, grassi e fritture, bignè ed altre piacevolezze: perché con il colesterolo non si scherza e nemmeno con la glicemia.

 Nelle relazioni, poi, sarà severamente proibito usare comportamenti ed atteggiamenti incivili e, perfino, i toni dovranno essere contenuti, rispettosi della sensibilità acustica altrui.

 Non c’è dubbio che la civiltà paghi un prezzo piuttosto alto per organizzare una convivenza civile che tenga conto dei bisogni altrui. Ha dovuto reprimere gli istinti dell’animale uomo che, diversamente, se ne sarebbe infischiato dei bisogni dell’altro. Ma quanti mal di testa, gastriti o ulcere ad eziologia psicogena ne sono derivate.

 Ma non possiamo pensare alle cefalee, se vogliamo andare avanti nel processo di civilizzazione. E’, appunto, il prezzo inevitabile da pagare. E, così, non possiamo pensare alla sofferenza del fumatore dopo un lauto pasto.

 Ma quello che, altresì, non possiamo fare, proprio in nome della civiltà, è provare piacere nel dispiacere altrui. Detto in altri termini, non dovremmo provare un piacere quasi sadico nel vedere la  sofferenza del fumatore inibito nel suo bisogno. Perché, se la mettiamo così, la civiltà non c’entra.

 Il fatto è che, a pelle, i vari divieti mi rendono sospettoso. Avete fatto caso che gli studenti universitari in giurisprudenza studiano “diritto penale” e non “dovere penale”, “diritto amministrativo”, “diritto della navigazione” e così via?

 In questo senso, mi piacerebbe vedere dei cartelli di questo tipo: “Diritto di respirare”, ma anche, “diritto di fumare”. Perciò, locali pubblici con ambienti riservati ai fumatori o solo per fumatori. Costa troppo? Dura lex, sed lex.

 Per quanto mi sforzo di divagare liberamente, alla fine viene fuori la mia natura di psicologo. E la mia natura mi porta a considerare che se il divieto, opportunamente introiettato e fatto proprio, confluisce nell’importante istanza psichica del Super-io che filtra la spinta pulsionale, il diritto è autoaffermazione, dei bisogni e del Sé.

 Non possiamo esagerare, in nome della buona educazione, nella proibizione. Ogni proibizione, non solo impedisce un dato comportamento, ma coarta emozionalmente. Si tratta di vivere i propri bisogni senza interferire con quelli dell’altro. Naturalmente, si dà per scontato che i bisogni siano leciti e realistici.

 La coartazione emozionale non è responsabile soltanto di una banale cefalea; in qualche caso è responsabile, insieme con altri fattori eziopatologici, d’infarti cardiaci, ictus cerebrali; da sola, è responsabile di disagio psichico o infelicità.

 Come si sarà capito, abbiamo preso il divieto del fumo a pretesto, per fare un discorso con contenuti più ampi. L’uomo moderno è consapevole di essersi spinto troppo avanti nella ricerca del piacere. Non a caso i divieti più intransigenti si osservano nelle società avanzate. I messicani sono più permissivi, con se stessi e con gli altri, dei californiani. Eppure non abitano in luoghi lontanissimi dai secondi. Sono lontani, però, anni luce dal loro status economico. Le loro rinunce si riferiscono a bisogni primari. La loro capacità di tollerare la frustrazione è molto più alta degli uomini appartenenti alle società del benessere. I messicani vivono permanentemente la mancata autoaffermazione dei bisogni e del Sé. Il divieto è insito nella loro esistenza, è dato dalle loro ristrettezze economiche, è fisiologico, viene, insomma, dal fatto d’essere messicani.

 C’è da chiedersi se le società avanzate non si pongano dei divieti per garantirsi dal rischio di eccedere nei piaceri. C’è da chiedersi, ancora, se non sentono il bisogno di “socializzare” la colpa. La colpa di essere ricchi, grassi, con una durata di vita media di ottant’anni e una bassa mortalità infantile.

 E’ troppo semplice il discorso che il fumo, i grassi e le fritture facciano male. Siamo d’accordo tutti. Possiamo non essere d’accordo sulle dinamiche  che sottendono certi divieti. Ci sono medici che predicano bene e razzolano male. Altri predicano bene e razzolano bene, si direbbe. Non fumano, hanno un’alimentazione bilanciata, seguono i dettami della prevenzione –  controllano i valori del colesterolo ogni sei mesi -, ma ridono poco, non piangono, vanno in collera raramente, frequentano di rado le camere da letto con le loro compagne. La loro vita è a rischio. Sono gli stacanovisti del buon senso, della saggezza studiata: leggono o scrivono libri del tipo “ Come mantenersi in buona salute fino a cent’anni”. Vorrebbero morire sani, ma non si accorgono che vivono da ammalati, e certe volte si ammalano davvero.

 Il punto, allora, è di non eccedere nei piaceri, da un lato, e non sentirsi in colpa, dall’altro.

 Eccedere nei piaceri significa sintonizzarsi sul “principio del piacere” che è la dimensione che vivono i bambini, pienamente, e gli adolescenti, di meno ma con significatività. E’ il classico “uovo oggi, invece della gallina domani”. Si capisce che, in questo modo, una persona adulta non può soddisfare compiutamente i suoi bisogni. Il senso di pienezza di una persona sta nella consapevolezza di aver raggiunto le sue mete, di trovarsi laddove voleva arrivare e vuole rimanere. Si capisce, ancora, che per realizzare quest’obiettivo si è dovuto rinunciare spesso a bisogni immediati, non essenziali e poco compatibili con i bisogni di autoaffermazione e individuazione. Alle corte. Non è con i divieti che si passa dal principio del piacere a quello di realtà. Il principio di realtà cerca l’assenza di dolore più che il piacere e ciò sottende l’acquisizione di una filosofia di vita che contempla l’accettazione dei propri limiti esistenziali.

 L’impressione che abbiamo è che il divieto, spesso, sia rancoroso. Non avendo un senso razionale la rancorosità diretta ad una persona che non accetta il divieto – alla fine dei conti, le conseguenze sono di chi si ribella –, è verosimile pensare che l’ostilità del benpensante sia diretta verso se stesso. La dinamica, presso a poco, potrebbe essere questa. Il benpensante, stanco dei suoi principi, delle sue norme e dei suoi cilici, non riuscendo a vedere e ad accettare questa stanchezza, si sente minacciato, nella possibile presa di coscienza, dalla disinvoltura con cui altri si concedono i piaceri, perfino, non rispettando i divieti. Il legalista, inconsciamente, vorrebbe infrangere la norma - lotta tutti i giorni contro questa tentazione - e, perciò, vorrebbe trovare sostegno negli altri, anziché istigazione alla trasgressione.

 Per tornare al discorso dei piaceri e degli eccessi, bisognerebbe superare il bisogno, anziché censurarlo e “negarlo”. Detto in termini più semplici, è opportuno superare il bisogno di mangiare un barattolo intero di “Nutella”. Questo è il bisogno dei bambini e, certe volte, delle mamme di questi bambini. Quelle mamme che non hanno superato il bisogno, ma lo inibiscono, potrebbero essere esageratamente severe nel somministrare la proibizione al figlio: in fin dei conti, mezzo barattolo di “Nutella” e un moderato mal di pancia, possono essere concessi ad un bambino, di tanto in tanto.

 E veniamo ai sensi di colpa. Il vissuto della colpa, quando è importante, è legato alla sindrome depressiva. La psicodinamica depressiva si caratterizza per un senso d’inadeguatezza morale, o d’indegnità nelle depressioni più gravi, che può portare ad un vero e proprio stato d’annichilimento. Il soggetto che vive una dinamica depressiva non desidera niente perché non può, cioè non deve avere bisogni, meno che mai soddisfatti. Questo fatto è molto trasparente nel depresso psicotico bipolare. Quando vive la fase maniacale, l’altra faccia della stessa moneta depressiva, nessun divieto può fungere da argine all’esuberanza maniacale: il soggetto può alzarsi dalla sedia, nel pieno di una rappresentazione teatrale, e recitare insieme agli attori, o se si tratta di un’opera, cantare a squarciagola, tentando di superare l’intensità sonora del tenore. Qualche settimana o mese prima, era “spalmato” su un divano a rimproverarsi di essere il responsabile di tutti i mali del mondo. Naturalmente il soggetto non “sentiva” e non si concedeva nemmeno i bisogni primari, quello del cibo, per esempio. Ora, non si può pensare che in questa persona i bisogni, una volta, siano fortissimi, un’altra volta, assenti. Molto più semplicemente, si fa per dire, una volta se li concede, un’altra volta se li proibisce.

 E ora concludo, perché ho voglia di accendere un sigaro. Il divieto deve avere in sé alcune caratteristiche: deve inibire un comportamento, dannoso o inadeguato, per promuoverne un altro utile e adattivo: e nel caso del fumo, in generale, ci siamo; deve essere assertivo ma non riottoso: e nel caso della signora o signore che fa i saluti al proprio naso, mentre un altro fuma in santa pace in una via marina, con un vento di brezza di dieci nodi, non ci siamo; deve essere plastico e magnanimo: ciò che è vietato in certe circostanze, può essere concesso in altre, e se si trasgredisce, la pena deve essere commisurata al delitto.

 Guardate  cosa ho dovuto fare per concedermi un sigaro e fumarlo senza sensi di colpa!

 


 
 
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