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L'uccisione del piccolo Tommaso

 

Un bambino di 18 mesi è stato rapito ai primi di marzo, ucciso dopo un paio di giorni, ritrovato dopo un mese sotto 30 cm di terra. Che dire di un evento simile? Come interpretare la fine di una vita spezzata in un modo così brutale? Anche per noi psicologi risulta difficile comprendere. Anche noi corriamo il rischio di perderci negli oscuri sentieri della fede o della teologia. E’ davvero difficile dare un senso alla fine di una vita così breve, che sicuramente aveva in sé un progetto ma non si è potuto realizzare per fatti che trascendono le nostre possibilità di comprensione.
E così, amareggiati e confusi, preferiamo rifugiarci negli ambiti più rassicuranti della scienza. Non che sia molto più facile muoversi in questi ambiti. E tuttavia, vogliamo provare a trovare il “senso” di tutto ciò o, forse, più semplicemente, soddisfare i nostri bisogni di comprensione che possano sollevarci dall'angoscia.
La prima ipotesi interpretativa che ci viene in mente è quella che si riferisce all'aggressività. Gli autori di un delitto così brutale verosimilmente sono delle persone aggressive. Sennonché, occorre considerare che anche nelle persone più aggressive c'è il più delle volte una provocazione che anticipa l'atto aggressivo. Complesse dinamiche di tipo psicologico o sociologico o culturale possono definire la provocazione in modo sofisticato. E così, è possibile che un soggetto, in preda a un delirio persecutorio, interpreti il comportamento innocuo dell'altro come aggressione, e reagisca a questa aggressione presunta con un atto sproporzionato e irrazionale. Oppure, condizioni estreme di miseria che hanno inaridito la dimensione emotivo-affettiva del soggetto, gli hanno tolto il privilegio di amare, o di odiare, siano alla base di atti inconcepibili e incomprensibili per una persona normale. Infine, se l'ambiente di appartenenza del soggetto è quello di una cultura guerriera, comportamenti aggressivi si possono verificare anche in seguito a motivazioni che in altre culture non agiscono come grilletto, come evento scatenante.
Ma spesso, la verità è più semplice di come si cerca di costruirla. Forse, in questo caso non ci sono sofisticate variabili di tipo psicologico, sociologico, o culturale che hanno agito ed hanno portato alle conseguenze terribili che tutti abbiamo letto nei giornali, visto e sentito raccontare alla tv. Forse, più semplicemente, ciò che è successo va riferito all'assenza di un codice morale negli autori del delitto. Il codice morale non si apprende, non si studia, come il codice penale. L’Etos di un uomo è assimilato, ereditato, è secondario a processi di introiezione di modelli efficaci e positivi, è il condensato di un processo educativo che macchia l'anima, non si limita a scrivere su di essa. Agli assassini del piccolo Tommaso nessuno ha dettato norme di comportamento, meno che mai qualcuno si è preoccupato di trasmettere con l’esempio stili di condotta che potessero avere una valenza sociale di tipo adattivo. E così, la loro anima è rimasta una pagina vuota, priva di contenuti, senza errori, senza correzioni, senza il travaglio di una ricerca di crescita, nel senso della maturazione personale e sociale, e del rispetto dell'altro. Adesso, questa pagina deve essere assolutamente scritta, ed è lo Stato che deve occuparsene. I contenuti non possono essere banali, il percorso non può essere breve, le modalità non possono essere semplici e privi di fatica. Pensare di ottenere buoni risultati con strategie approssimative, con fiducie prestate frettolosamente, o, per dirla con Baudelere, con “comprensioni” che tutto perdonano, e invece non possono perdonare per il semplice fatto che non sono “comprensioni” ma più esattamente “presunzioni”, è illusorio. Oppure, è mistificante: un sofisticato procedimento di inganno e autoinganno, lenitivo della colpa. La colpa di chi pensa che il perdono sia un atto di clemenza e magnanimità, per affermare, forse, una superiorità morale che non c’è ma di cui si sente disperatamente il bisogno. Non volendo o potendo considerare, invece, che il perdono è soprattutto un atto restituitivo che implica la reciprocità e la riconciliazione vera, azzera i sentimenti ostili,  presuppone la consapevolezza sentita dei propri e degli altrui limiti.

 


 
 
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