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La solitudine

Quella della solitudine è una condizione esistenziale che ognuno di noi ha frequentato tante volte.

Certo, non si può dire che sia un’esperienza piacevole. Ma noi, qui, non vogliamo prendere la strada del vittimismo, del compiacimento sottile di uno stato d’animo che, spesso, è presentato come espressione di sensibilità.

Ciò che vogliamo sostenere è che la solitudine è la condizione della persona adulta. Potrebbe sembrare strana questa affermazione, e questo perché molte persone adulte sembrano tutt’altro che sole: per la vita che conducono, per il loro umore, per l’ampiezza delle loro relazioni.

E tuttavia, vogliamo insistere nella nostra affermazione. Se ci si fa caso, gli adulti, in più di una circostanza, non possono chiedere agli altri la soluzione di un loro problema; meno che mai possono pretendere che gli altri facciano quello che loro devono fare per se stessi. Quante volte è successo ad un uomo di chiedere ad un amico la soluzione di un problema sentimentale e di sentirsi rispondere che toccava a lui decidere. E quante volte un giovane, solitamente sicuro di sé, ha desiderato in cuor suo un orientamento, un appoggio, una rassicurazione nel vivere il rapporto intimo con una ragazza. In questi casi, gli altri non si sentono di partecipare a delle scelte che sono personali e nelle quali non si può o non si dovrebbe entrare. Meno che mai, i genitori, che solitamente si ficcano dappertutto, possono entrare in una camera da letto per consigliare il figlio. In questi casi, si scopre, appunto, di essere soli. E non è una scoperta piacevole.

Ma non si scopre solo questo. Si capisce, ed è una scoperta ancora più dolorosa, che gli altri non hanno la forza, l’autorità necessarie per fare al posto di un altro ciò che deve essere fatto dal soggetto interessato. Si entra, così, in una condizione di relativismo esistenziale e psicologico in cui non ci sono più certezze assolute. Quanto si rimpiangono, in quel momento, le parole, ascoltate con rabbia quando si era bambini, che il padre o chi per lui era solito urlare: “Ti ho detto che è così, e basta!”. Per la verità, si rimpiange la fiducia che si accompagnava a quelle affermazioni. Perché questo è il punto. Il bambino o il giovane adolescente, di la dalla collera per il fatto di essere stato contrariato, gradiva la partecipazione del padre al problema e, ancora di più, apprezzava le sue certezze. Ma con il passare del tempo, il bambino scopre che l’adulto non sa rispondere ad alcune domande.

Per la prima volta  vive l’ignoranza del padre, fino a poco prima considerato onnisciente; scopre anche l’impotenza del padre che non riesce a rimediare alle sofferenze del figlio che ha la varicella o una dolorosissima otite. Di qui un senso di solitudine, un vissuto di abbandono, l’impressione di non essere più “contenuti” come prima. In quel momento la vita appare più vasta, con confini sempre più lontani e, ad un certo punto, senza confini, infinita, sconosciuta, preoccupante e pericolosa.

Gradualmente si abbandonano gli investimenti sui primi oggetti d’amore, si torna al proprio narcisismo e, così, si soffre. In seguito, si cerca l’altro, per sfuggire a questa condizione di solipsismo, e si trova, ma per scoprire che è altro da sé. Allora si cerca una donna, vale a dire, l’amore che unisce, fonde, ripristina la perduta simbiosi con la madre. Momenti belli, finalmente, ma molto faticosi.

Ma facciamo parlare Scherwood Anderson che nei Racconti dell’Ohio descrive, con la sensibilità tipica dell’artista, i vissuti di cui stiamo parlando in un modo più efficace di quanto noi non siamo in grado di fare:

 George Willard, ragazzo di un paese dell'Ohio, si avviava rapidamente a diventar uomo e nuovi pensieri gli sorgevano in mente. Per tutta la giornata, in mezzo alla calca della gente venuta per la fiera, s’era sentito solo. Stava per partire da Winesburg e andare in città, dove sperava di trovare lavoro in qualche giornale, e si sentiva grande. Lo stato d’animo nel quale si trovava era di quelli che gli uomini conoscono e i ragazzi no. Si sentiva vecchio e un po’ stanco.

In lui si risvegliavano ricordi. Nel suo pensiero la nuova sensazione di maturità lo isolava dagli altri; gli dava l’impressione di essere una figura semitragica… Il ragazzo sta camminando per le vie del suo paese. Pensa all’avvenire, a quello che egli rappresenterà nel mondo. Ambizioni e rimpianti si risvegliano in lui. All’improvviso accade qualcosa; egli si ferma sotto un albero e attende che una voce lo chiami per nome.

Spettri di cose antiche s’insinuano nella sua coscienza; le voci estranee a lui gli sussurrano un messaggio su quelli che sono i limiti dell’esistenza. Da sicuro di sé e del proprio avvenire, com’era, egli diventa un po’ insicuro.

Se è un ragazzo dotato d’immaginazione, dinanzi a lui si apre una porta e, per la prima volta, egli vede il mondo, osservando, mentre marciano in processione davanti a lui, le innumerevoli figure di uomini che prima di lui sono venuti al mondo dal nulla, hanno vissuto la loro esistenza e nel nulla sono scomparsi.

Il ragazzo è giunto alla tristezza della fantasticheria. Sgomento, vede se stesso come una foglia che il vento fa volare per le vie del paese. A dispetto di tutti gli stolti discorsi dei coetanei, sa di essere destinato a vivere e a morire nell’incertezza, come una cosa portata dal vento, una cosa destinata a maturare al sole come il grano.

Rabbrividisce e si guarda intorno ansioso. I diciotto anni che ha vissuto gli sembrano un momento, lo spazio di un soffio nel lungo cammino dell’umanità. Già sente la morte che lo chiama. Con tutto il cuore vorrebbe stringersi ad un altro essere umano, toccare qualcuno con mano, sentirsi toccare da mani altrui. Se preferisce che l’altra persona sia una donna, ciò avviene perché egli pensa che una donna sarà più gentile, lo comprenderà. Vuole, prima di ogni altra cosa, essere compreso.

Con il tempo, l’uomo stempera le sue amarezze, imbriglia le sue paure, arriva, perfino, a vivere con gioia certi momenti della vita; ma, al fondo, ci saranno sempre i rimpianti per le cose perdute e le paure per gli appuntamenti futuri, tra i quali, primo tra tutti, quello con la morte. Imparerà a convivere con l’idea della morte. Ma quest’idea, tipica scoperta della condizione adulta, lo porterà ad un diverso modo di vedere le cose. Un modo tragico. Mozart, bambino prodigio, nelle sue opere giovanili non aveva colto il senso del tragico. Dovranno arrivare le opere della sua maturità perché in esse si possa vedere la rappresentazione del tragico. Ma, in fondo, è giusto così. Vivere la vita come commedia, per paura o superficialità, è meno divertente di quanto alcuni  possano pensare. E, poi,  consideriamo che la nobiltà dell’uomo è intrinseca alla sua stessa essenza: egli è nobile per il solo fatto di vivere, nelle sue paure, nei suoi errori, nell’accettazione dei suoi limiti.

 


 
 
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