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Referendum Onnipotenza e angosce irrazionali

 

Claudio Magris, in un suo editoriale sul Corriere, affronta la questione della fecondazione assistita, del referendum sulla legge 40, e delle reazioni della gente comune, ma anche di alcuni scienziati e intellettuali, in un modo che ci è parso originale e stimolante. Citando Massimo Salvatori e il suo libro “Inquietudini dell’uomo onnipotente”, fa notare come in questo referendum molte persone abbiano avuto paura del fatto che, andando oltre un certo limite nella ricerca, l’uomo rischi di perdere il suo umanesimo e sia costretto a cambiare la sua concezione della vita. Nella sua weltanshaung di sempre, consolidata e rassicurante, non ci sono stati superamenti: “L’uomo, così come da millenni e millenni è stato formato dall’evoluzione, è per noi qualcosa di radicalmente altro dal resto dell’evoluzione, qualcosa di assoluto” Questo postulato, continua Magris, forse non è vero, ma non ne possiamo fare a meno, e precisa: “Può darsi che, dal punto di vista cosmico, lo sterminio di un popolo non sia troppo diverso da quello di una specie animale,ma per noi, anche se amiamo gli animali e aborriamo le loro sofferenze, quella differenza è una frontiera invalicabile”. Insomma, l’uomo non può diventare un’altra cosa in una sorta di mutazione, perché se così fosse, si pensa con grave sgomento, le conseguenze potrebbero essere molto gravi. E conclude, rifacendosi ancora a Salvatori, “…non è la fede in un infinito Progresso — aberrante come ogni fede dogmatica — che può confortarci, bensì la fede, umanistica e illuminista, in tanti piccoli, diversi progressi possibili, che possono aiutarci a vivere un po’ meglio; a essere, con più giustizia, quello che siamo".

Un discorso, quello di Magris, che ci sembra intellettualmente valido e che dà un senso ai forti coinvolgimenti emotivi che hanno caratterizzato i dibattiti sulla fecondazione assistita, prima e dopo il referendum.

Ora, guardiamo agli scenari pessimistici e inquietanti, immaginati dalla fantasia di Clifford Simak in “Anni senza fine” dove si racconta l’emigrazione dell’Uomo su Giove per raggiungere una auspicata felicità superiore, lasciando come traccia di sé un robot, e le leggende che i cani, unici esseri senzienti rimasti, si tramandano di generazione in generazione e dalle quali si scopre l’ascesa e la caduta dell’Uomo che abbandona la Terra a pochi superstiti. Anche i cani, però, entrano in crisi e la loro era sta per concludersi.

Naturalmente, sia nello scenario socio-culturale presentato da Magris, sia in quello fantascientifico di Simak, si evidenziano soltanto proiezioni e fantasie. Il fatto è che le rappresentazioni psichiche possono avere una forza in sé tale da rendere reale ciò che è solo immaginato. E così, è reale, per esempio, una tetraparesi nell' isteria, semplicemente per la conversione in sintomo di una dinamica endopsichica, senza che ci siano lesioni del sistema nervoso centrale o del midollo spinale.

Però, noi umani normali siamo immuni da certi rischi paventati da certi scenari fantasticati, si potrebbe obiettare. In senso relativo, lo si può ragionevolmente affermare. Tuttavia, se ci si pensa, gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki mai avrebbero immaginato che la follia dell’uomo avrebbe potuto uccidere la maggior parte di loro. E, invece, è successo.

Da queste ansie dell'uomo, per come si evidenziano nelle analisi socio-culturali o nelle proiezioni trasferite nei romanzi fantascientifici, si direbbe che l'uomo preferisca, ancora, l’impotenza ai vissuti di onnipotenza. Intanto, perché si può sempre trasformare reattivamente l’impotenza in onnipotenza, come fanno i bambini e, in parte, gli adolescenti, limitandosi a partecipare degli attributi degli adulti ai quali viene demandato il compito di esercitarla con le inevitabili responsabilità. E poi, perché l’impotenza necessita di protezione. L’uomo ha ancora bisogno di Dio. In questo senso, Woody Allen si sbagliava: Dio non è morto. Oltretutto, l’uomo abita ancora nelle baracche, in attesa che vengano costruiti i castelli della scienza. E nelle baracche, oltre a stare male, si ha paura, come avevano paura i nostri antenati che abitavano nelle caverne. Nei castelli, si spera, la vita sarà molto più confortevole. Qui le paure potranno essere abbandonate e, forse, si potrà diventare sicuri di sé e padroni del proprio destino. Se non si diventa arroganti. In questo ultimo caso, gli esiti potrebbero essere pericolosi. L’arroganza può suscitare appetiti primordiali, violenti, senza filtri, come quelli dei nostri antenati. E una pistola carica, in mano ad un bambino, può diventare molto pericolosa. E così, navigando tra Scilla e Cariddi, per l'uomo non c'è che una possibilità, vale a dire, che cresca, non solo nei suoi mezzi, ma anche interiormente e, quindi, nella sua capacità di cogliere il senso del limite. Solo così, sarà in grado di fermarsi a quel confine che la natura ha definito come invalicabile. Diversamente, andrà oltre e scoprirà a sue spese che l’Assoluto, almeno per lui, non esiste e che tutto è relativo: prima o poi, ognuno di noi dovrà morire. Ma è meglio scoprirla prima, questa semplice verità. Il senso della morte è una conquista adulta. Rifiutarla in nome della Vita Eterna, come fanno i più pii, oppure rifugiandosi nell’onnipotenza della scienza, come fanno i più coraggiosi o presuntuosi - s'interpreti come si preferisce - può sottendere il rifiuto di affrontare la vera sfida per l’uomo, che è quella di maturare la capacità di accettare la sua fragilità, senza sostegni né consolazioni.

 


 
 
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