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Rapimenti e percezioni del Sè

 

Si osserva, giustamente, che i sequestri di persona operati in Iraq da parte dei terroristi iracheni rappresentino quanto di peggio si possa verificare in un contesto civile.

Ma occorre fare qualche riflessione. Intanto, in Iraq la dinamica sociale e culturale non è quella dei paesi democratici che si pongono e impongono l'obiettivo di una convivenza civile e rispettosa dei diritti di tutti. Oltre a ciò, bisogna considerare che, in una valutazione psicologica, la rappresentazione dell'altro scaturisce dal proprio modo di percepirsi. 

Insomma, si misura con il proprio metro. Se gli strumenti di misura sono tarati dalla violenza, dall'oppressione, dalla mancanza di diritti, bisogna aspettarsi che il titolare di quel metro abbia difficoltà a rintracciare nella sua valutazione certe variabili. Il diritto alla vita, alla dignità, al rispetto dell'altro, bisogna averlo sperimentato su se stessi perché si riesca a vederlo ed attribuirlo agli altri.

In questo senso, la democrazia in Iraq è bene che si affermi non soltanto per gli iracheni normali , ma, anche e forse soprattutto, per i terroristi.

Il fatto è che i livelli di autostima dei terroristi iracheni sono pericolosamente bassi. Quando i livelli d'autostima sono bassi gli esiti possibili sono due: la sottomissione o l'aggressione, entrambi pericolosi.  Nel primo caso, il pericolo è l'annullamento del Sé, nel secondo, è quello della negazione del Sé. In entrambi i casi, si rischia di vivere un senso di annichilimento che tutto distrugge.

L' anima che sta alla base dei movimenti pacifisti risiede nella intuizione della dinamica psicologica che abbiamo descritto. I pacifisti si rendono conto - certe volte esagerando nella comprensione che tutto perdona - che ci sono dei popoli, abbandonati da Dio e dagli uomini, che nella loro disperazione compiono gesti, appunto, disperati. Il contenuto della disperazione sta nel fatto che alcuni, i non violenti, disperando di poter comunicare agli altri il proprio disagio per essere ascoltati, capiti ed aiutati, si adeguano alla loro realtà e si sottomettono. I violenti, disperandosi per gli stessi motivi, rinunciano al dialogo e combattono per sfuggire al loro senso di annichilimento. E quando non basta uccidere l'avversario per sfuggire al loro senso di annichilimento, si imbottiscono di esplosivo e si fanno saltare per aria.

Ma il discorso non è tutto qui. Se la percezione da parte dei pacifisti della dinamica che abbiamo descritto può essere giusta, purtroppo è sbagliata la terapia che essi propongono. O meglio. E' giusta per gli iracheni non violenti, sbagliata per i terroristi. Azzardando un po' nella nostra analisi, il popolo iracheno può essere paragonato a un depresso bipolare. Nella fase depressiva propriamente detta occorre usare l'antidepressivo, ma in quella maniacale bisogna intervenire a posologia piena con il neurolettico, il tranquillante maggiore della batteria di campagna.

Insomma, due comportamenti, vale a dire, due risposte per il popolo iracheno. Una, umanitaria e comprensiva dei loro bisogni, l'altra, capace di contenere la dinamica distruttiva ed autodistruttiva di cui abbiamo già detto.

In questo senso, una buona dose di neurolettici ai terroristi non potrebbe che fare bene. Fuor di metafora, comportamenti decisi, da parte degli occidentali, che chiariscano agli iracheni quali siano i punti di riferimento da mettere a fuoco per orientare la propria bussola e ritrovarsi, non è solo utile, ma perfino necessario. Insomma, il  terrorismo va sì capito, ma anche affrontato e risolto. E se la terapia è dolorosa, sia per chi la somministra, sia per chi la riceve, bisogna essere in grado di accettare tutto questo. Diversamente, si fa come i bambini piccoli che rifiutano la medicina amara, ignorando il fatto che così facendo scelgono il male maggiore, da un lato, e come i medici poco responsabili, dall' altro, che per non procurare dolore mettono da parte il bisturi, facendo ricorso a terapie palliative, sicuramente più dolci, ma i cui esiti si rivelano spesso disastrosi.

 

 
 
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