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Una questione di cuore

 

Siamo stati belli nel corso di tutto il primo tempo della partita giocata con la Svezia, e bellissimo ci è apparso Antonio Cassano quando ha mandato un bacio verso la tribuna indirizzato al suo capitano Francesco Totti. La fortuna aiuta gli audaci, si dice. Gli dei amano gli eroi buoni. Sono stati i buoni sentimenti, soprattutto, che ci hanno fatto giocare bene e ci hanno portato al gol. Sentimenti transitivi d’amore nei confronti di una maglia che rappresenta tutti gli italiani si sono canalizzati in un bel gioco che non poteva non concretizzarsi in un risultato positivo. Gattuso, ad un certo punto, ha cercato il sostegno dei tifosi invitandoli ad alzare la forza del loro tifo. E i tifosi hanno risposto. Anche da casa hanno risposto, e gli azzurri hanno sentito il boato del tifo di milioni di italiani. Come potevamo perdere!

La squadra che era scesa in campo nel primo tempo non era di Trapattoni, era la squadra della maggioranza degli italiani. Non tanto o non solo nei nomi dei singoli calciatori, quanto nello spirito che l’animava. I nostri Azzurri, e noi come loro, non volevano genericamente vincere. Chi se ne fregava di una vittoria senza cuore, di un risultato vincente ma non convincente. Noi tutti, calciatori compresi, volevamo, soprattutto, rivalutarci agli occhi dell’opinione pubblica calcistica di tutto il mondo che ci aveva giudicato e condannato. Volevamo suscitare sentimenti di ammirazione e di rispetto in chi aveva dubitato di noi, aveva dubitato della nostra capacità di interpretare con onestà i valori dello sport. Valori di coraggio, di forza, di lealtà, di generosità. Questa era la nostra partita e la stavamo giocando bene.

Poi i sentimenti sono cambiati. Il nostro allenatore ha pensato al suo successo. Ha cambiato la squadra ritornando al suo modulo difensivistico, infischiandosi dei palpiti di milioni di italiani che stavano spingendo la squadra verso la vittoria. Sentimenti narcisistici, quelli del nostro allenatore, e di paura. La paura di non riuscire ad affermare le sue ragioni, le ragioni del suo gioco furbetto, del golletto da difendere. Voleva vincere lui da solo, cercando di rivalutarsi come tecnico, di dimostrare che gli altri avevano torto e lui solo era nel giusto.

I nostri Azzurri, mano a mano che il loro allenatore operava i cambi nel secondo tempo della partita, hanno sentito una tristezza mortale che ha gelato i loro muscoli. Avrebbero voluto continuare a giocare la loro partita, la partita del cuore. Avrebbero voluto continuare a soffrire nella ricerca di una espiazione convincente e riparatrice. Il loro allenatore ha impedito questa operazione psicologica e morale. Li ha richiamati alla concretezza facendoli scendere dalle vette del loro entusiasmo. Così facendo li ha impantanati nella palude del calcolo furbetto e immorale. Noi ieri sera non volevamo essere né furbi, né immorali. I nostri calciatori volevano essere  perdonati per qualche capricciosità di troppo, per qualche vanità che mal si conciliava con la serietà di una competizione europea. E infatti, ieri sera non abbiamo visto treccine e tuppetti, capelli accuratamente ordinati, con spazzola e phon portati dall’albergo nello spogliatoio. Ieri sera abbiamo visto guerrieri che si battevano a viso aperto. Non c’era paura nei nostri calciatori perché non temevano se stessi. Non temevano la tentazione delle pulsioni esibizionistiche che, invece, si erano affermate nella partita d’esordio. C’era in loro rispetto per la maglia che indossavano e rispetto per loro stessi. Con questa impostazione psicologica non potevano perdere per il semplice fatto che un improbabile risultato negativo della partita non avrebbe potuto intaccare l’altro risultato positivo, quello dell’impegno e dell’orgoglio di essere italiani.

Trapattoni, invece, aveva già perso la sua partita prima ancora che arrivasse il pareggio. L’aveva persa nel suo cuore quando ha voluto soddisfare bisogni narcisistici di rivalutazione del proprio Sé. Al nostro allenatore non interessava suscitare sentimenti di orgogliosa appartenenza né scusarsi, con i fatti, per lo sputo di Totti. Aveva detto che si sentiva, per ciò che Totti aveva fatto, come un padre mortificato per un errore grave del figlio. Totti, il figlio della vergogna, era in tribuna visibilmente pentito e mortificato. Trapattoni, il padre amareggiato, invocava dalla panchina la vittoria per sé, dimentico di ciò che era successo, incapace di comprendere i sentimenti dei suoi calciatori e dell’Italia sportiva.


 
 
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