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Pubblicità e morale

 

Poco prima di Natale, vagando con il telecomando alla ricerca di un programma che potesse riempire qualche ora del nostro tempo libero, ci siamo imbattuti in uno spot televisivo davvero sgradevole.

Il geniale creativo, autore dello spot, aveva pensato di promuovere la qualità dei programmi televisivi della Rai, bocciando la famiglia tipo italiana. Veniva rappresentata una famiglia riunita nel soggiorno di casa mentre lo sgraziato (e disgraziato) figlio recitava malissimo la classica poesia di Natale. Tutti, tranne la madre, si annoiavano molto e non facevano nulla per nasconderlo: sbadigliavano abbondantemente e in modo perfino esagerato. Lo spot si concludeva con l’invito a guardare i programmi televisivi della Rai, più interessanti di quella scenetta familiare sciatta e deprimente.

Per qualche tempo siamo rimasti perplessi. Abbiamo sentito, perfino, il bisogno di raccontare quello che avevamo visto ai nostri familiari per verificare se la nostra reazione di rifiuto fosse stata eccessiva. Non era stata eccessiva.

Ora, il discorso che vogliamo fare non si riferisce tanto al cattivo gusto del creativo, autore dello spot. Vorremmo cercare di capire se i bei discorsi sul valore civile della televisione pubblica siano validi oppure esprimano una facile e indecorosa retorica. In questo senso, ci chiediamo se i dirigenti della Rai potevano e dovevano valutare come inopportuno lo spot televisivo, oppure non ne avevano né l’obbligo né potevano coglierne l’inadeguatezza. Alla prima domanda, ci sentiamo di rispondere positivamente perché, altrimenti, non  capiremmo qual è il compito di un dirigente se non quello di fare delle valutazioni ed assumersene le responsabilità. Alla seconda domanda - se potevano cogliere l’inadeguatezza dello spot - pensiamo, sia pure con qualche titubanza, che si possa rispondere in modo altrettanto affermativo.

La titubanza non si riferisce ai contenuti dell’avvenimento, quanto alla nostra sfiducia nelle capacità dei dirigenti della Rai. D’altra parte, come possiamo avere fiducia in personaggi che in diverse e ripetute circostanze hanno dimostrato di essere, perlomeno, distratti e poco motivati nelle loro valutazioni. Ma perché facciamo questo discorso? Se il fatto che abbiamo presentato non avesse delle implicazioni psicologiche, non ne avremmo parlato. Non siamo moralisti. Ma la rappresentazione di un bambino conformista e stupido, figlio di una madre divorante che si sente proprietaria della sua vita, di un padre rifiutante e castrante che sbadiglia platealmente alla performance del figlio, segnalando in modo chiaro ed inequivocabile quali siano le sue percezioni sul valore del figlio, ci hanno spinto ad evidenziare un fatto di costume che ci è sembrato un termometro sufficientemente attendibile dei livelli morali che ci definiscono. Poco tempo fa, abbiamo fatto votare ai nostri rappresentati in parlamento una legge che vieta la fecondazione eterologa. Lo abbiamo fatto in difesa della famiglia, forse con enfasi e qualche timore nell'aldilà. Tuttavia, non si capisce, davvero, l’aggressione ad un bambino che, verosimilmente, ha qualche sensibilità in più rispetto all’embrione, e alla famiglia italiana che avrà pure tanti difetti, compreso quello di annoiarsi durante le festività natalizie, ma che non merita, per quelli che sono i suoi valori intrinseci e per i principi sbandierati e declamati in ripetute circostanze da parte di tante anime belle, una rappresentazione così negativa da parte di un’emittente pubblica. Oltretutto, considerando che la Rai ha dichiarato più volte di avere, tra i tanti obiettivi (“di meglio e di più”), il compito di educare e formare le coscienze, garantendo a tutti equilibrio ed imparzialità.

 


 
 
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