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Psicoanalisi Psicoterapia Postmodernismo

 

Forse è banale precisare che una psicoterapia sia un trattamento psicologico. Tuttavia, se andiamo a vedere cosa sia in realtà  “psicologico” e “trattamento”, scopriamo una tale diversità di approcci da un punto di vista metodologico e di vedute da quello epistemologico che le precisazioni e gli  approfondimenti ci sembrano perfino obbligatorie. Cercheremo di spiegarci meglio. Negli ultimi due decenni c’è stato un così vasto proliferare di psicoterapie che perfino gli addetti ai lavori hanno qualche difficoltà ad orientarsi. Non tanto nel senso di individuare queste psicoterapie nella loro denominazione, quanto nel riconoscerle, con convinzione, come trattamenti psicologici. Facciamo un esempio paradossale. Il rapporto tra il mago, il cartomante e i loro clienti ( o le loro vittime) si caratterizza, tra l’altro, per un forte transfert che, com’è noto, è attivo in tutte le psicoterapie ufficiali. Oltre a ciò, non è infrequente osservare in questi setting eccentrici guarigioni “miracolose”. Ora, qualcuno potrebbe affermare che anche questi interventi “magici”, in quanto producono guarigioni e in quanto sono caratterizzati da dinamiche psicologiche che si osservano nelle psicoterapie ufficiali, sono delle psicoterapie, vale a dire, dei trattamenti psicologici. Ma, con tutto il rispetto per i maghi e i cartomanti, crediamo che un’affermazione del genere non sia proprio ammissibile. Naturalmente,  questa è una situazione limite, appunto, paradossale. Se ci spostiamo nel campo delle psicoterapie ufficiali, anche qui, e ancora di più che negli interventi magici, si osservano dinamiche psicologiche importanti e trattamenti efficaci nel senso della attenuazione o scomparsa della sintomatologia. Tuttavia, abbiamo qualche dubbio sul fatto che una psicoterapia che si rivolga esclusivamente al sintomo sia una vera psicoterapia. Il più delle volte, in questi casi, il sintomo si ripresenta o si trasforma, e ciò avviene per il semplice fatto che la psicodinamica che sottintendeva il sintomo è rimasta intatta, continuando ad agire e a produrre sintomatologie e disagio psichico o, addirittura, una franca patologia.

E allora, cos’è una psicoterapia? E’ un trattamento psicologico, rispondiamo, che opera nel soggetto un cambiamento significativo nel senso dell’adattamento positivo, ragionevolmente duraturo e irreversibile. Il cambiamento consiste in una diversa impostazione psicologica rispetto alle proprie problematiche interne e ai problemi oggettivi che la vita pone ogni giorno. In questo senso, tutti i trattamenti che si pongono quest’obiettivo e, in una qualche misura, lo raggiungono hanno il diritto di definirsi come psicoterapie. Alcune sono più efficaci per certi disturbi o disagi, altre meno per questi, ma più utili per altre patologie, tutte però possono essere considerate psicoterapie scientifiche.

Per quel che ci riguarda, la psicoterapia che utilizziamo nella nostra pratica clinica è quella a orientamento psicoanalitico, e di questa psicoterapia vogliamo parlare in questo articolo. D’altra parte, essendo il nostro un sito di psicologia dinamica non poteva essere diversamente.

Per non essere accusati di vedere la pagliuzza negli altri e non la trave nel nostro occhio, diciamo subito che anche la nostra psicoterapia è soggetta a critiche. Non solo da parte di chi ha un diverso orientamento metodologico ed epistemologico, ma anche da parte di chi abita nella stessa casa o nello stesso stabile. Cercheremo perciò di spiegare cos’è una psicoterapia a orientamento psicoanalitico o, più brevemente, una psicoterapia psicoanalitica, senza trascurare i dibattiti critici, e le crisi - in senso etimologico, vale a dire, le scelte - di questo orientamento psicoterapico.

Partiamo da ciò che è successo nella psicoanalisi, soprattutto negli Stati Uniti, a partire dagli anni sessanta. Freud era morto da un paio di decenni e i suoi allievi o i suoi seguaci critici hanno sentito il bisogno di liberare la loro creatività scientifica, mettendo in discussione una serie di assunti della psicoanalisi freudiana. La prima critica fu rivolta alla teoria  delle pulsioni. Merton Gill, allievo di Rapaport, Heinz Kout con la sua Psicologia del Sé, ed altri analisti che avevano sviluppato la teoria dell’intersoggettività, hanno creato un vero e proprio terremoto. Gli sconvolgimenti non riguardarono soltanto la psicoanalisi ortodossa, coinvolsero anche i movimenti stessi che propugnavano queste nuove teorie in polemica con il vecchio punto di vista freudiano. Tutti questi nuovi fermenti avevano un punto in comune e cioè il considerare l’uomo un animale sociale, portato a relazionarsi con i suoi simili e ad attivare comportamenti di un certo tipo, anche, in risposta ai comportamenti dell’altro. Ne conseguiva come logica inevitabile che il dialogo era la variabile più importante nelle relazioni umane e, andando avanti con la logica, che nella teoria e nella tecnica psicoanalitica doveva essere presente in posizione preminente la relazione terapeuta paziente e, naturalmente, il dialogo. In questa ottica, la concezione del transfert, un punto cardine della psicoanalisi classica, veniva inevitabilmente rivoluzionata laddove le reazioni transferali del paziente all’interno del setting psicoanalitico venivano considerate non più come reazioni autonome che facevano capo esclusivamente ai propri vissuti - a loro volta, risalenti ad un passato remoto - ma secondarie alla relazione con il proprio analista nell’hic et nunc. La cosa un po’ strana fu l’assenza di dialogo tra i rappresentanti di queste nuove scuole: le liti tra i rappresentanti dei vari movimenti furono così furibonde da mettere in dubbio la validità delle loro teorie che, pur nella diversità, sottolineavano l’importanza del dialogo.

Ci fu un altro fatto che oscurò non poco la limpidezza delle nuove teorie portate avanti con ardore e convinzione. Ne parlò Claudio Arnetoli al convegno di Roma del 13/10/2001, organizzato dal Centro Psicoanalitico di Roma. L’argomento del convegno era: Psicoanalisi e la filosofia del dialogo. Nella sua relazione, Arnetoli osserva che le nuove teorie in contrasto con la psicoanalisi classica nascevano dal rifiuto “dei suoi presupposti assiomatici e della sua visione positivista, ma anche dalla critica e dal rifiuto di una concezione autoritaria che veniva sentita presente  nella teoria e nella tecnica psicoanalitica, nei rapporti tra analista e paziente e nella conduzione degli Istituti di Training delle società psicoanalitiche tradizionali. Essa è stata anche, dunque, un movimento politico che ha subito fortemente l’influenza dei movimenti femministi e dei movimenti dei diritti delle minoranze”. E per sostenere questo punto di vista cita Aron che afferma che queste nuove teorie “che sottolineano una maggiore mutualità tra paziente e analista e il riconoscimento della dimensione intersoggettiva del trattamento, sono stati probabilmente influenzati dalla coscienza femminista e dall’enfasi femminista sull’egualitarismo”. E che le nuove concezioni “sulla psicologia bipersonale, sul sociocostruttivismo e sull’analista concettualizzato come interno al sistema stesso che egli sta studiando, sono state almeno indirettamente influenzate dalla critica femminista degli ideali maschili di una scienza obiettiva e della mancanza di coinvolgimento con l’oggetto di investigazione “ (Aron,  1996, pag. 20).

Tuttavia, occorre precisare, e lo fa bene Arnetoli nella sua relazione al convegno citato, che la psicoanalisi americana rappresentava il meglio dell’intellighenzia psicoanalitica. Questo fatto appare evidente quando si considera che i migliori analisti europei si trasferirono in America a partire dagli anni trenta in seguito alla persecuzione nazifascista. E così, la psicoanalisi americana fu rappresentata da Hartman, viennese, David Rapaport, ungherese, Karen Horney, tedesca. Erich Fromm arriva dallo stesso Istituto Psicoanalitico di Berlino della Horney, l’anno successivo. Heinz Kohut, giovane ventiseienne, arriva a Chicago e sarà un analista tra i più attivi e innovatori degli anni sessanta. Ma anche grossi nomi come Otto Fenichel e Adler. Quest’ultimo si fece valere quasi subito con le sue idee innovative e in contrasto con quelle freudiane, influenzando molto la corrente interpersonalista della neopsicoanalisi rappresentata dalla Horney, Sullivan, Erich Fromm.

Insomma, fa notare Arnetoli, una psicoanalisi americana tutt’altro che “naif, provinciale e culturalmente arretrata. Gli psicoanalisti americani si formano dal contatto vivo con i maestri del pensiero psicoanalitico europeo, da persone che hanno avuto un contatto diretto con Freud e con i padri della psicoanalisi, che sono al corrente del dibattito psicoanalitico dell’epoca e dei suoi sviluppi”.

In questo clima di fermenti e dibattiti accesi, ci furono  scissioni e confusioni che alla fine, però, portarono frutti importanti nella neopsicoanalisi americana. La Horney da un lato, Sullivan, Eric Fromm, Frieda von Reichmann e, un po’ più tardi, Rollo May, dall’altro, affermarono con sempre maggiore convinzione e séguito l’importanza dell’ambiente e della cultura nell’evoluzione psichica di un essere umano. Di qui partì la contestazione a uno dei pilastri della teoria freudiana, quello che sosteneva la teoria delle pulsioni con le sue determinanti biologiche. Naturalmente tutte queste novità nascono anche da influenze esterne alla psicoanalisi. Per esempio, i concetti di “ campo interpersonale” e di “osservazione partecipe” portati avanti da Sullivan si alimentarono della “Teoria del Campo” di Kurt Levin e da altri rappresentanti della psicologia della forma quali: Koffka, Kohler, Wertheimer. La concezione dello spazio vitale di Lewin e del comportamento come una funzione di questo spazio vitale portò a cambiamenti di punti di vista consolidati e autorevoli: a partire da questo momento non è stato più possibile concepire il comportamento umano come un qualcosa che potesse essere staccato dall’ambiente e dalle persone con le quali si interagisce.

Non possiamo dilungarci sulla evoluzione della teoria e della tecnica psicoanalitica contemporanea perché il discorso ci porterebbe troppo lontano. Dovremmo analizzare il diverso modo di vedere le cose in ambito filosofico su scienza e verità oggettiva, l’influenza della filosofia del linguaggio sulla psicoanalisi, l’ermeneutica di Gadamer. Basta dire che nella psicoanalisi contemporanea si è passati dalla psicologia dell’Es a quella dell’Io, l’analisi del transfert è diventato l’analisi delle reazioni del paziente a situazioni e personaggi che si collocano anche nell’hic et nunc e non soltanto nel passato remoto, l’interpretazione delle dinamiche endopsichiche ha ceduto il posto alla comprensione per empatia dell’analista. E ci limitiamo ai cambiamenti più importanti.

Ma messe così le cose – ecco il senso della nostra digressione sulla psicoanalisi – che differenza c’è tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica? Secondo alcuni, nessuna nella sostanza, qualcuna nella tecnica. Secondo gli psicoanalisti più ortodossi che rimangono insensibili alle mode culturali o, se la motivazione di fondo è un’altra, “resistono” ai cambiamenti, la differenza rimane ed è ancora significativa.

Consapevoli di esserci infilati in una questione intricata e per niente risolta, proveremo a presentare i diversi punti di vista.

Secondo Paolo Migone “é un diffuso luogo comune quello secondo il quale vi sarebbe una differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica: la psicoanalisi sarebbe applicabile solo in studi privati dotati di un preciso setting (privacy, anonimità, sedute frequenti, stabilità del luogo e degli orari, responsabilità del pagamento da parte del paziente da taluni ancora ritenuta importante, e così via); inoltre essa sarebbe indicata solo per determinati pazienti (i famosi "classici nevrotici"), e, essendo "più difficile" e "più profonda" della psicoterapia, dovrebbe essere praticata solo dopo un training lungo e rigoroso. In tutti gli altri casi quindi (servizi psichiatrici pubblici, pazienti gravi o che per motivi economici non possono permettersi sedute frequenti, terapeuti giovani o meno preparati, gruppi, emergenze, terapie brevi, ecc.) sarebbe indicata una "psicoterapia". ( Il Ruolo Terapeutico, 1992, 59: 4-14 ). Ora, se la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica fosse davvero questa, ci sarebbe una psicoanalisi di serie A, e una psicoanalisi di serie B ( la psicoterapia psicoanalitica o a orientamento psicoanalitico). Una distinzione di questo tipo non è proprio ammissibile per almeno due motivi. Il primo, si riferisce al fatto che la psicoterapia psicoanalitica nasce dall’esigenza di trattare i pazienti psicotici o, comunque, quei soggetti che non rientravano nella tipologia dei “ nevrotici classici” trattati dalla psicoanalisi. Questi pazienti venivano trattati, e vengono trattati, utilizzando una tecnica diversa dalla psicoanalisi ortodossa, ma aderendo scrupolosamente alla teoria psicoanalitica. Oltre a ciò, bisogna considerare che anche la tecnica psicoanalitica non è più quella di una volta, sia nei suoi contenuti intrinseci che in quelli estrinseci, nell’accezione di Merton Gill. I criteri intrinseci che questo autore aveva proposto già nel 1954 e riproposti nel classico lavoro del 1984 ( Psicoanalisi e Psicoterapia: una revisione) sono essenzialmente quattro: l’analisi del transfert, la neutralità dell’analista, la induzione di una nevrosi di transfert, l’uso della interpretazione e dell’insight. Come abbiamo visto, quando abbiamo trattato l’evoluzione della teoria psicoanalitica, l’analisi del transfert e la neutralità dell’analista sono stati ampiamente messi in discussione dalla nuova psicoanalisi relazionale e culturalista: l’analista non può essere neutro, è un osservatore partecipante e tutto il setting terapeutico influenza le risposte transferali del paziente che diventano risposte al setting e all’analista. Quanto all’induzione della nevrosi di trasfert, se il lavoro dell’analista deve concentrarsi sull’hic et nunc e sul rapporto con l’analista secondo modalità dialogiche, questa non può essere significativa proprio per l’assenza di quella regressione che scaturisce, appunto, dalla neutralità dell’analista. L’interpretazione e l’insight, infine, nella revisione della psicoanalisi contemporanea sono stati attaccati dalla holding e dal contenimento di Winnicott e dal concetto di empatia di Kohut. Quanto ai criteri estrinseci di Merton Gill ( alta frequenza delle sedute, uso del lettino, selezione dei pazienti ecc.) occorre dire che le cinque sedute settimanali sono solo un ricordo. Oggi, molto spesso, le sedute sono state ridotte a tre. Molti psicoanalisti non fanno più uso del lettino e la selezione dei pazienti è meno praticata perché si ritiene che una psicoanalisi meno deterministica e autoritaria, improntata al dialogo e all’empatia dell’analista, può trattare la maggior parte dei pazienti. Allora, insistiamo, se le cose stanno così, quale differenza significativa ci può essere tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica o a orientamento psicoanalitico? Ancora secondo Paolo Migone non vi è alcuna differenza nella sostanza, semmai “ la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica è solamente una questione politica, e  la continua esigenza di porla in termini teorici o clinici può indicare una debolezza della identità della disciplina, cioè una paura che della psicoanalisi non rimanga più niente. Chi ha questa paura forse ha sempre pensato che la psicoanalisi fosse qualcos'altro da quello che in realtà è, qualcosa che esisteva solo nella letteratura psicoanalitica, cioè sulla carta e non nella realtà clinica concreta. In genere questa questione viene posta da chi ha un forte interesse a far credere che la psicoanalisi abbia una identità distinta, per esempio dagli esponenti delle istituzioni psicoanalitiche, perché ciò ha precise ripercussioni sulla formazione e sul mercato della cosiddetta "psicoanalisi" (un "marchio" che in certi paesi tuttora funziona) distinta dalla psicoterapia (op. cit. ).

Se, nella sostanza, non c’è differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, possiamo continuare il nostro discorso sulla psicoanalisi tout court per coglierne gli aspetti più innovativi e controversi. E qui bisogna fare un’altra precisazione. La psicoanalisi contemporanea ha risentito molto del clima culturale del post-modernismo. E’ su questo fatto certo che Morris E. Eagle ha tentato un’analisi critica dei contenuti epistemologici della psicoanalisi contemporanea.

Eagle parte dall’analisi di Gianni Vattimo fatta in un suo libro del 1985: La fine della modernità. In questo libro si scopre che nel mondo occidentale si sta affermando un diverso modo di vedere le cose e, quindi di conoscerle e rappresentarle. Questo nuovo modo di vedere le cose ha portato ad una serie di conclusioni che cercheremo di sintetizzare. Il primo punto riguarda le verità oggettive: queste sarebbero soltanto verità supposte e, quindi, con un valore euristico non molto dissimile da una qualsiasi credenza o opinione; un altro punto affermato è quello secondo cui la logica, il cuore del pensiero razionale, non sia altro che una forma di retorica; "tutte le distinzioni tra verità e falsità devono essere dissolte"; la verità è tale perché vista da una prospettiva particolare e, quindi, viene affermata “l'infinita interpretabilità della realtà”;  la verità scientifica non è affatto dimostrata ma affermata secondo modalità persuasive. Come si può vedere, il punto di vista di Vattimo fa pensare al nichilismo di Nietzsche – stiamo seguendo sempre Eagle – e al nichilismo europeo post- nietzschiano che in questi ultimi tempi è stato molto recepito e sentito. Ma c’è di più, continua Eagle, non stiamo assistendo soltanto alla fine della modernità ma alla fine di una visione illuministica che aveva caratterizzato il pensiero occidentale fino a qualche decennio fa.

Non ci dilungheremo sulle posizioni difettuali della visione illuministica individuate da John Searle, ma almeno due le vogliamo presentare: l’esistenza di una realtà  indipendente dalle nostre esperienze, dai nostri pensieri e dal nostro linguaggio; l’assunto che “le nostre affermazioni siano tipicamente vere o false a seconda del fatto che corrispondano al modo in cui le cose stanno, cioè a dire, ai fatti del mondo"(1998,pag. 10). Dalla critica di queste posizioni difettuali si sono sviluppati movimenti di pensiero che hanno preso, di volta in volta, il nome di “costruzionismo sociale, pragmatismo, decostruzionismo, relativismo, post-modernismo..." (p. 15) e "prospettivismo" (p. 20).

 Nell’analisi di Eagle, la psicoanalisi contemporanea o, forse più esattamente, la letteratura psicoanalitica contemporanea si è avvicinata molto ai punti di vista sia di Vattimo che di Searle. Questo fatto ha comportato, inevitabilmente, una critica piuttosto radicale alla psicoanalisi freudiana. Detto in altri termini, nel momento in cui Freud introduce il concetto di rimozione - il meccanismo difensivo dell’Io che sottrae alla coscienza contenuti psichici spiacevoli - e fonda la psicoanalisi sulla ricerca dei contenuti sottoposti a rimozione, in quel momento egli si colloca all’interno della visione illuministica. E questo perché nella visione freudiana c’è la ferma convinzione di poter riportare alla coscienza i contenuti rimossi, siano essi ricordi o difese. Insomma, diceva Freud, “La voce della ragione è fioca ma alla fine si fa ascoltare”. E’ questa posizione fideistica nella ragione che viene attaccata dalla psicoanalisi contemporanea. Ne consegue, osserva Eagle, che l’altro concetto basilare della psicoanalisi classica, quello di insight, non può avere più quella indispensabilità che gli veniva riconosciuta. Non si tratta più di far prendere coscienza al paziente dei suoi contenuti psichici rimossi; l’obiettivo, adesso, è quello “della costruzione e dell'adozione di sistemi di significato e di prospettive che produrranno un'esistenza "più ricca e meno autosabotante”.

Naturalmente, in questa visione post-moderna ci sono delle critiche che possono essere condivise senza doversi impegnare in una sofisticata verifica. Affermare che il transfert si realizzi all’interno di un rapporto duale (paziente-analista), che questa relazione influenzi le reazioni transferali del paziente e che, quindi, l’analista non possa più essere considerato uno schermo bianco, questa affermazione può essere senz’altro condivisa. Allo stesso modo, considerare che l’analista non sia neutro nel rapporto con il paziente e, in questo senso, accettare le critiche del post- modernismo in riferimento ad una certa rigidità ed impostazione difensiva della psicoanalisi classica, anche questo può essere assodato senza particolari sconvolgimenti né teorici né personali. E ancora, che bisogna considerare con attenzione l’hic et nunc del paziente, aiutarlo a ridefinirsi rispetto a questo suo presente al fine che egli si riconcili con esso e trovi soluzioni adattive che valgano nel qui e ora, la psicoterapia psicoanalitica è da tempo che l’ha considerato ed attuato nella prassi.

Ma la questione non è tutta qui. Mitchell (1998), nella sua concezione della mente imbevuta di post-modernismo, arriva al punto di affermare che "non esiste nessun processo chiaramente discernibile che possa essere fatto corrispondere alla frase "nella mente del paziente", rispetto a cui il paziente o l'analista possano dire di avere ragione o di avere torto". Insomma, i contenuti psichici non hanno “un grado tangibile di esistenza…la mente viene compresa solo attraverso il processo di costruzione interpretativa”, la pretesa, quindi, da parte dell’analista di raggiungere la verità oggettiva dei contenuti psichici del paziente è ingiustificata, egli può limitarsi soltanto a “organizzare l'esperienza conscia o inconscia del paziente in uno dei tanti modi possibili, cioè in un modo che si spera possa condurre il paziente a un'esistenza più ricca e meno autosabotante”. E qui Eagle non è d’accordo, e nemmeno noi. Che l’analista debba essere cauto e umile nelle sue interpretazioni e, inoltre, le debba verificare nei contenuti psichici reali del paziente, questo è senz’altro vero. Che si possa comprendere la sfiducia di chi ha valutato gli scarsi risultati della cultura contemporanea rispetto ad una serie di sfide che ancora non sono state vinte, questo va bene pure. Ma ci sembra francamente eccessivo buttare l’acqua sporca con tutto il bambino.

C’è un altro punto di vista nella psicoanalisi contemporanea che è senz’altro importante, e abbastanza condiviso soprattutto in Nord America. Vogliamo riferirci al viraggio dal modello interpretativo classico del conflitto verso quello del deficit. Uno dei rappresentanti più significativi di questa nuova posizione teorica e metodologica della psicoanalisi contemporanea è Kout con la sua Psicologia del Sé. Secondo questo autore, le nevrosi non sono secondarie a conflitti endopsichicici ma a deficit, difetti nell’organizzazione di personalità del paziente. In questa prospettiva, non sono più i desideri irrealistici o illeciti, secondo la visione della psicoanalisi classica, che, entrando in conflitto con il “principio di realtà, determinano la nevrosi, ma sono i bisogni, mal canalizzati o non individuati dal soggetto, che portano al disagio psichico o ad una franca patologia. In questa chiave di lettura, non è più l’insight che risolve la nevrosi, ma la posizione empatica dell’analista che, comprendendo i bisogni del paziente e organizzandoli in nuove strutture psichiche del paziente, porta alla guarigione.

Anche qui, Eagle assume una posizione critica facendo notare che, intanto, il nuovo punto di vista non è per niente originale giacché era chiaramente presente nella psicologia prepsicoanalitica di Charcot e Janet. Freud superò il punto di vista di questi autori basato sul deficit e la debolezza integrativa, affermando la dinamica della esclusione dalla coscienza dei contenuti psichici spiacevoli che, in quanto tali, venivano rimossi e ricacciati nell’inconscio. Il punto di vista freudiano fu ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica di quei tempi , rappresentando un notevole passo in avanti nella comprensione dei fenomeni psichici. E poi, continua Eagle, è proprio sicuro che il conflitto sia incompatibile con l’affermazione del deficit o viceversa? Una “fissazione” a stadi evolutivi antecedenti può rappresentare sia un arrresto dello sviluppo e, quindi, un deficit, ma anche una situazione conflittuale, perché francamente non si capisce come un soggetto fissato a stadi evolutivi antecedenti possa conciliare i desideri di quella fase evolutiva a cui è rimasto fissato con le esigenze e i bisogni della sua condizione adulta. Il fatto è che Kout vuole affermare l’antiretorica della sua Psicologia del Sé, accettante e comprensiva nell’empatia dell’analista, contro la “moralità adulta”  dell’analista tradizionale. Insomma, considerare il paziente un bambino capriccioso ed ostinato che vuole a tutti i costi soddisfare desideri non più compatibili con la sua condizione adulta, dice Kout, significa assumere un atteggiamento moralistico, portando il paziente a vivere le interpretazioni dell’analisi come “ ipercritiche e disapprovanti”. Ora, a parte il fatto che se si aiuta il paziente a capire che la sua dinamica è infantile, questo fatto non necessariamente implica nell’analista un atteggiamento moralistico, in ogni caso, bisogna riconoscere che la rappresentazione del paziente come “creatura difettosa è degradante e accondiscendente”.

Per non andare troppo lontano, tiriamo qualche somma facendo parlare direttamente Eagle:” Dobbiamo comunque fermarci qui e chiederci: dove porta tutto ciò per quanto riguarda il futuro della psicoanalisi? lo ho suggerito che alcuni aspetti centrali della psicologia del Sé costituiscono un ritorno al pensiero prepsicoanalitico di figure come Janet e la sua scuola la quale, il che è abbastanza interessante, sotto la etichetta di "neo- dissociazionismo" ha visto una specie di revival fuori dai circoli psicoanalitici (ad esempio Hillgard, 1977). Non penso che si possano legittimamente descrivere questi sviluppi come progressi nella teoria e accumulo di conoscenze, per non parlare di scoperte sensazionali. Piuttosto, come ho suggerito altrove (Eagle, 1987), essi rappresentano oscillazioni di un pendolo e mode passeggere che sono esse stesse espressione di più vaste forze culturali e sociali che può essere difficile specificare ora in parte perché vi siamo ancora troppo immersi ”.

A questo punto, vogliamo fare qualche precisazione. Qualcuno, leggendo quanto da noi scritto fin qui, potrebbe pensare che il nostro discorso sia stato quello di un teorico della psicoanalisi e non già quello di uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente. E’ senz’altro possibile che il discorso sul dibattito in corso tra psicoanalisi classica e psicoanalisi contemporanea ci abbia preso la mano. Tuttavia, a parte il fatto che ci sarebbe stato da dire molto più di quanto non abbiamo potuto o saputo fare, continuiamo a ritenere che una descrizione della evoluzione della teoria psicoanalitica andava fatto anche per chiarire i contenuti della nostra psicoterapia. La psicoterapia psicoanalitica, da un lato, è altra cosa dalla psicoanalisi, dall’altro, come abbiamo già detto sopra è la stessa cosa nella sostanza. Per esempio ci sono delle differenze in quei criteri intrinseci di cui parla Merton Gill (l’analisi del transfert, la neutralità dell’analista, la induzione di una nevrosi di transfert, l’uso della interpretazione e dell’insight). Queste differenze tuttavia non intaccano il valore del transfert come copia e riedizione degli impulsi originari del paziente, semplicemente allargano le reazioni transferali del paziente all’hic et nunc; anche se riteniamo che l’analista non possa essere uno schermo bianco, consideriamo, tuttavia, che nel rapporto con il paziente l’analista non debba portare molti contenuti personali intorbidando ulteriormente la traslazione; la nevrosi di transfert in una psicoterapia psicoanalitica è senz’altro più leggera che non in una psicoanalisi classica - si cerca di evitare regressioni a stadi evolutivi antichi -, ma non possiamo ignorare le critiche eccessive di qualche nostro paziente, le sue ambivalenze nei nostri confronti e, qualche volta, il passaggio all’atto; quanto, poi, all’interpretazione e all’insight, se è vero che le nostre interpretazioni sono meno estese nel tempo e nella profondità, rappresentano pur sempre un elemento fondamentale del nostro armamentario tecnico, e l’insight continua ad essere conditio sine qua non per il buon esito della terapia, anche se lo accompagniamo con il sostegno al paziente e la riformulazione dei significati del suo disagio psichico o della sua nevrosi, più di quanto non faccia una psicoanalisi classica. Quanto, poi, alla diversità del setting tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica questa si è attenuata di molto negli ultimi tempi.

E allora, le critiche alla psicoanalisi tradizionale non potevamo ignorarle e considerarle estranee ai contenuti teorici della psicoterapia psicoanalitica. Il paradigma epistemologico della psicoterapia psicoanalitica, con qualche distinguo, aggiornamento e flessibilità in più rispetto a quello della psicoanalisi, nella sostanza è lo stesso. Per questi motivi abbiamo cercato di capire sia le critiche che le innovazioni nei confronti della psicoanalisi freudiana. Nella nostra analisi, certe innovazioni nella teoria e nella prassi spesso ci sono apparse ingiustificate e non sostenute nella loro validità scientifica. Come si è visto, non siamo né i soli né i più autorevoli critici del nuovo punto di vista di una parte della psicoanalisi contemporanea. In questo senso, preferiamo concludere le nostre argomentazioni, lasciando ancora una volta la parola a Morris Eagle:

“Le vere ragioni per l'allontanamento dai conflitti e dai desideri, e l'attuale interesse per i difetti e i bisogni, non sono comunque interamente chiare… nel respingere la teoria delle pulsioni o qualunque altro aspetto della teoria psicoanalitica, la tendenza storica è stata quella di enfatizzare le critiche legittime, gli insight e le genuine ma limitate prospettive, e i parziali correttivi, formulando teorie che pretendono di essere complete; ognuna di queste teorie è caratterizzata dalla propria concezione dell'eziologia, dal suo esercito di fedeli seguaci e difensori, dal nome del suo fondatore o di una figura dominante, e spesso dai propri istituti di training. Non sono affatto sicuro che ciò possa far parte di discipline che si vantano di basarsi su fondamenti empirici e razionali, e che sono contrassegnate da uno stabile accumulo di conoscenze e progressi nella teoria” (Eagle,1989).

Il punto di vista di Eagle ci sembra equilibrato, chiaro e condivisibile. Certo, avremmo preferito presentare la teoria psicoanalitica, - intesa come teoria psicologica, metodo di ricerca e tecnica psicoterapica - come assodata, accettata da tutti nelle sue certezze e, quindi, nella sua scientificità; ma non è stato possibile. Il genio di Freud non poteva cogliere tutto l’inconscio né spiegarlo nella sua interezza. Dopo la sua morte, avvenuta l’altro ieri, ci sono state correzioni, approfondimenti, qualche aggiunta. Oppure critiche. Non molto di più. D’altra parte, parlando di inconscio, si capisce ciò che si vuole capire e si crede in ciò in cui si vuole credere.

E’ già successo altre volte nella scienza, per esempio, nella fisica, una scienza che viene considerata esatta. Sono riconoscente a Davide Pioggia, cultore di psicoanalisi e con buone conoscenze di fisica, delle seguenti riflessioni epistemologiche. Quando Ludwig Boltzmann, partendo dalla ipotesi atomica, gettò un ponte tra la termodinamica e la meccanica con la formula S=k*logW, alcuni fisici che non credevano all’ipotesi  atomica continuarono a considerare la termodinamica e la meccanica due branche separate della fisica. Eppure l’equazione spiegava bene “la relazione matematica fra l'entropia di un sistema (S) ed il numero di stati microscopici che  corrispondono allo stesso stato macroscopico (W)”. Il dubbio di questi fisici si fondava sul fatto che Boltzmann era partito da veri e propri “azzardi” per arrivare alla sua equazione. E poi, Boltzmann aveva sollevato una serie di quesiti sulla “probabilità”, il “caso”, in una scienza “deterministica” qual era considerata la meccanica. Insomma, troppi problemi per credere alle conclusioni dell’equazione di Boltzmann. Sennonché, Poincaré riuscì a scoprire che il determinismo della meccanica era più apparente che reale: ciò che di deterministico si vedeva erano “isolette” in un “immenso oceano caotico”. Nonostante ciò si continuò a discutere e se ne discute ancora oggi, certo in forme diverse.

Stiamo cercando di dire che se, per le verosimili acquisizioni delle neuroscienze, dovessimo riuscire a vedere nei neuroni le pulsioni freudiane e, in questo modo, gettare un ponte tra il macroscopico e il microscopico, tra le pulsioni e i circuiti neuronali, anche questo fatto non convincerebbe gli scettici. Questi continuerebbero ad ascoltare le loro melodie, rifiutando le sinfonie delle pulsioni.
 


 
 
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