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Il pianto dell'eroe

 

Le lacrime non sono bastate a Marco Pantani per placare il suo dolore. Eroe minore tra i campioni della mitologia, ha dovuto cercare e trovare la morte. E ora, forse, riposa in pace.

Certamente sono stati eccessivi nella loro severità sia la giustizia sportiva sia quella ordinaria, per non parlare dei media. Tuttavia bisogna considerare che queste sono le regole del gioco: un campione è osannato quando vince, criticato fino alle estreme conseguenze quando perde. Insomma c’è sempre il rischio che il campione scada ad idolo infranto. Ed è ciò che è successo a Marco Pantani.

In questo senso, pur nell’ammirazione per l' atleta e nella compassione per   l'uomo, bisogna fare riferimento alle caratteristiche di personalità di Pantani per cercare di capire ciò che è successo. E qui si pone un primo problema. Chi era Marco Pantani? Evidentemente è difficile rispondere a questa domanda, perché è difficile tracciare un profilo dell’uomo attraverso le testimonianze raccolte di seconda mano. E’ stato detto che aveva delle fragilità ed era piombato negli ultimi tempi in una situazione depressiva. Forse, partendo da qui, possiamo tentare una comprensione della sua morte.

La prima considerazione che ci viene in mente è che quando pensiamo ai campioni dello sport ce li immaginiamo forti e completi anche come uomini, mentre, spesso, sono poco più che ragazzi, ancora impegnati nella definizione di loro stessi e, quindi, nella stabilizzazione dei loro equilibri. Marco Pantani aveva superato, da poco, i trent’anni e, perciò, non era un ragazzo. Tuttavia, bisogna pensare che ne aveva venticinque quando era diventato un eroe per i tifosi e, in genere, per gli appassionati di ciclismo. E a venticinque anni, nella nostra cultura ed in questo momento storico, non è detto che una persona abbia raggiunto la dimensione adulta e, quindi, l’equilibrio adulto.

Nelle culture primitive, gli adolescenti maturano abbastanza presto. Con un rito d’iniziazione, a quindici-sedici anni sono riconosciuti adulti dalla loro tribù. E in effetti, se è sufficiente essere capaci di andare a caccia e procurarsi il cibo e, ancora, di procreare, non c’è dubbio che il riconoscimento sia appropriato. Ma nella nostra cultura e in questo momento storico, le cose vanno in maniera diversa. La nostra società esige dai giovani una sofisticata differenziazione del processo di maturazione. E così, l’adolescenza non finisce prima dei diciotto-vent’anni, poi bisogna considerare una fase post- adolescenziale che non può essere considerata adolescenza vera e propria ma non è ancora età adulta. E’ il momento della focalizzazione precisa dei conflitti, ordinati in forma sintonica, canalizzati verso definitive soluzioni, dopo averli posti come compito essenziale della propria vita. E tutto ciò non può finire prima dei ventiquattro-venticinque anni.

Probabilmente, Marco Pantani, ubriaco di successi e di gloria, non è riuscito a prendere coscienza dei propri limiti, spostandoli in avanti fin dove era possibile e, alla fine, accettandoli. Forse, è diventato un uomo con vissuti d’onnipotenza che appartengono più agli adolescenti, che non alle persone adulte. Detti vissuti escludono il confronto con le dure leggi della vita, impediscono la presa di coscienza dei propri limiti, l'acquisizione amara che tutto è effimero.

E' verosimile pensare che quando la vita si è presentata a Pantani con la sua necessità, egli sia rimasto perplesso e provato. Se avesse avuto più fortuna, forse, avrebbe trovato il modo di elaborarne i contenuti esistenziali più veri e meno suggestivi. Se avesse avuto il tempo di scoprire con una certa gradualità che non era il più forte, che nelle salite non riusciva più, per un inevitabile declino, a staccare i suoi avversari con l’autorità dei momenti migliori, avrebbe cercato altri punti di riferimento per mantenere alta la sua autostima. Invece, è stato fermato nel momento in cui si sentiva ed era all’apice della sua forza, legittimamente convinto di essere il più forte. Per questi motivi, si è perso in recriminazioni che avevano connotazioni persecutorie, si è riempito di collera inespressa, non ha potuto o saputo vomitare questa collera e l’ha introiettata. Se le cose sono andate così, è stata la sua collera ad ucciderlo. Non in modo diretto, togliendosi la vita, ma facendosi del male giorno dopo giorno, con una serie di comportamenti autolesionistici che, gradualmente ma anche inevitabilmente, lo hanno portato alla morte.


 
 
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