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Paura d'amare

 

L’amore è il sentimento più forte, almeno tra quelli positivi. Può sembrare strano che qualcuno possa avere paura di questo sentimento che, oltretutto, infonde energia, fornisce stimoli e, in alcuni casi, produce significativi cambiamenti nello stile di vita della persona che ama. Ma è ciò che succede.

Vediamo di capire. Intanto, proprio perché sentimento forte, l’amore tende ad alterare gli equilibri presenti in un soggetto. E l’alterazione degli equilibri è sempre percepita con una certa preoccupazione. Se, poi, il sentimento d’amore è talmente forte da suscitare una vera e propria passione, si può capire un primo motivo di ritrosia a coinvolgersi in certi stati d’animo. La passione, etimologicamente, equivale a sofferenza e, in questo senso, non dovrebbe sorprendere il fatto che una persona non voglia soffrire.

Un altro spunto di riflessione viene dall’affermazione che l’amore produca dei cambiamenti. Il cambiamento, anche se desiderato, determina sempre una certa ansia. Ciò deriva dalla preoccupazione di non essere in grado di prevedere in che modo si realizzerà tale cambiamento e come verrà gestito.

Infine, si può osservare che “amare” è un verbo transitivo. Questo significa che bisogna immaginare nel processo amoroso un’azione che dal soggetto va verso un altro soggetto, si fissa, si realizza in questo soggetto, senza possibilità di un ritorno sul proprio Sé, almeno in modo diretto.

Ma, per non farla lunga, diciamo la cosa più importante e, cioè, che non è possibile amare  con un’impostazione psicologica di tipo narcisistico.

Il narcisismo non è genericamente una dimensione di vanità. Più propriamente, almeno in senso psicologico, rappresenta la posizione di chi investe sul proprio Sé. Nel narcisismo primario, quello dei bambini molto piccoli, l’altro non esiste o, se esiste, è un tuttuno con il bambino. E’ la fase della simbiosi con la madre, dell’indistinto, del seno materno che è una propaggine del corpo del bambino. Quando il bambino scopre l’oggetto, vale a dire, la madre come altro da Sé,  teme di perderlo perché ciò potrebbe compromettere l’integrità dell’ Io. Il suo è un Io fragile, appena abbozzato, ha necessità di essere contenuto, almeno fino a quando non si saranno saldate le rappresentazioni, sia pure rudimentali, del proprio Sé.

Nel narcisismo secondario, quello dell’adolescente, i primi oggetti d'amore continuano ad avere una forte valenza affettiva ma, proprio per questo, è necessario che l'adolescente operi il distacco da essi, sciolga la simbiosi, per raggiungere posizioni di autonomia, individuazione e autorealizzazione.  Si può immaginare il lutto, la solitudine, la debolezza dell’adolescente quando opera tale distacco. L’unica cosa che può fare è di investire sul proprio Sé, in senso narcisistico, per compensare la perdita e sostenersi in attesa di altri investimenti oggettuali esterni alla famiglia.

E siamo arrivati al punto. Il Narcisismo rappresenta un’emergenza, è la conseguenza del lutto dovuto ad una perdita importante, è un terribile mal di denti che non consente altri interessi e focalizzazioni che non siano quelle del proprio Sé. Per un periodo limitato e transitorio, l’altro è come se non esistesse. Dopo il tempo necessario alla elaborazione del lutto, l’altro è finalmente raggiunto, l’assenza dei vecchi oggetti d’amore non comporta più sofferenza perché gli appoggi ora vengono dall’esterno. Naturalmente, bisogna maturare la capacità di vivere la reciprocità, di essere capaci e disposti a restituire gli appoggi ricevuti, insomma, di uscire dal proprio narcisismo. Quando ciò avviene si verifica una vera e propria rinascita. Se si rimane impigliati nel proprio narcisismo, non solo, non si regalano i propri talenti agli altri, vivendo per questo fatto un senso di inutilità, ma, anche, si continua a vivere quel lutto e quella sofferta solitudine di cui parlavamo sopra. La persona che non riesce ad amare, che ha paura di questo sentimento, non è una persona egoista, è una persona sola, debole, incapace di essere protagonista, attore della propria vita. La vita la guarda dall’esterno come spettatore. Certe volte si coinvolge pure, partecipa ai fatti della vita e alle emozioni che questi fatti determinano, ma dalla poltrona della sala in cui si trova. Sul palcoscenico non è mai voluta salire. A lungo andare, si annoia dello spettacolo più volte visto, se ne lamenta, se ne allontana con rancoroso disinteresse. Solo che, quello spettacolo non è una rappresentazione teatrale, è la vita vera; allontanarsi da essa significa andare incontro alla morte. Questo il soggetto lo sa e, certe volte, per farsi coraggio, canta mentre cammina per quella strada mortale.

 


 
 
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