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Patriottismo e sensi di colpa

 
 

E' possibile essere patrioti e sentirsi colpevoli? Crediamo di si, se il popolo, per esempio, è quello italiano. Un popolo sicuramente orgoglioso - in alcuni casi in forme addirittura aristocratiche -delle proprie origini, innamorato del proprio paese, ma scarsamente motivato a pagare il prezzo inevitabile che questo innamoramento comporta.

D'altra parte perché dovremmo manifestare il nostro bisogno di appartenenza? Siamo diversi da quei popoli che considerano l'ambiente in cui vivono una dimensione sentimentale, prima ancora che un luogo geografrico. Troppe mancanze da parte dello Stato nei confronti dei cittadini italiani che in più di una circostanza si sono sentiti sudditi.

E tuttavia, pur ammettendo questa mancanza storica di sentimenti di appartenenza nei confronti del proprio paese, gli italiani non possono fare a meno di desiderare di far parte di un gruppo allargato con il quale identificarsi, condividerne le qualità positive. Per questo motivo vengono fuori tante bandiere tricolori in occasione dei campionati del mondo di calcio. Ma a differenza delle altre squadre, i nostri calciatori non cantano l'Inno di Mameli, non si mettono la mano sul cuore.

Insomma, un vissuto di amore-odio nei confronti del proprio paese che possiamo definire "ambivalente". E siamo arrivati al punto. E' facile odiare il nemico, difficilissimo chi si ama. Per una madre, per esempio, è inaccettabile provare vissuti di ostilità nei confronti del proprio figlio. Quando ciò avviene, e capita più spesso di quanto possa sembrare, questa madre censura l'ostilità ma non può evitare di sentirsi in colpa.

I sentimenti di affetto nei confronti dei soldati italiani uccisi a Nassiriya sono stati veri. Anche  il senso di appartenenza, di essere parte di quella nazione per la quale i nostri soldati sono morti, sono stati autentici e forti. Purtroppo questi sentimenti hanno dovuto fare i conti con altri meno positivi. Quante volte i carabinieri sono stati percepiti come il braccio armato di uno stato arrogante e prepotente in occasioni di manifestazioni di piazza? In quelle occasioni, il buon senso non è bastato per far comprendere che essi stavano compiendo il loro dovere.

Ma di fronte alla morte si è portati a cercare la strada della riconciliazione: i morti, quasi sempre, hanno ragione. E così, quelle bare avvolte nel tricolore hanno stimolato negli italiani il bisogno, a lungo negato, di prendere contatto con la propria identità nazionale, da un lato, ma hanno anche determinato il colpevole rimpianto di non aver vissuto prima certi sentimenti, con naturalezza, e senza le sollecitazioni che quegli eventi drammatici hanno prodotto in ognuno di noi.

 


 
 
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