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Normalità incompresa

 

Un ragazzo normale uccide un benzinaio a Lecco. La famiglia normale del ragazzo non sospetta minimamente, né che il figlio spacci droga, né, meno che mai, che si sia macchiato di un terribile delitto. Non si accorge di nulla. Quando il padre, sentendo in televisione la notizia dell’uccisione del benzinaio, la commenta con giudizi pesanti sull’autore dell’assassinio, il figlio si alza dalla sedia ed esce dal soggiorno per andare in camera sua. Una reazione abbastanza normale.

Ma è davvero possibile che tutto ciò sia normale? Si tratta di una normalità statistica? Nella maggior parte dei delitti commessi dai giovani, sia il giovane, sia la famiglia sono normali? E ancora, al di là della normalità statistica, sul piano dei contenuti etici e psicologici, è normale tutto questo?

Che fatti delittuosi di questo genere si presentino all’attenzione della cronaca con frequenza inquietante, questo è un fatto che si può affermare con ragionevole certezza. Tuttavia, da qui a dire che, nella maggior parte dei casi, delitti efferati come quello dell’uccisione del benzinaio vengono commessi da giovani normali, cresciuti in famiglie o contesti normali, l’affermazione ci sembra poco verosimile.

Nella stragrande maggioranza dei casi, gli atti devianti sono commessi da giovani che hanno alle spalle un passato, se non di devianza, di disadattamento. Il fatto è che, se su cento delitti, dieci sono commessi da giovani apparentemente normali, ma anche cinque, perfino uno, l’evento colpisce l’immaginario collettivo in modo violento. E la reazione è di incredulità, prima, di rabbia, poi.

Non ci si rende conto, ed è qui il significato di fondo dell’incredulità, che i livelli di comunicazione sostanziale, nelle famiglie e nella società, sono scesi in modo preoccupante. Quanto alla rabbia, non si vuole prendere coscienza, sia a livello individuale che collettivo, dell’abbassamento di questi livelli di comunicazione.

Insomma, al di là dell’apparente normalità del fatto di cronaca, nel delitto del giovane di cui  stiamo scrivendo c’è una storia che va da zero a n anni, dove n è l’età attuale del giovane e della sua famiglia. Non solo. C’è anche la storia della nostra società, per esempio, dagli anni sessanta in poi, il periodo in cui la famiglia del giovane si è trasferita a Lecco. E poi, c’è una dinamica di emarginazione psicologica che non si può ignorare. Un cittadino di Lecco così si esprime sui meridionali: “Sono anche loro italiani, per l’amor di Dio, ma nel loro Dna c’è qualcosa di diverso, sono portati al crimine da quando nascono. Qui la pensiamo tutti così, e se qualcuno non lo dice è perché è ipocrita. Io dico sempre a mia figlia: sposa il peggior settentrionale ma non il miglior meridionale, in casa mia non voglio vederli».

Ci sembra poco probabile che nella storia del giovane non ci sia qualcosa, magari non evidente ad una analisi superficiale, di non normale. Come pure, è poco probabile che nella storia della famiglia, al di là delle apparenze, non ci siano state e non ci siano dinamiche relazionali poco congrue rispetto alla definizione dei ruoli e delle identità. In questo senso, ci viene in mente il fatto che se il padre di quella famiglia, oltre che attaccare alla porta di casa il cartello “Vietato Fumare” - per garantire il diritto della figlia tredicenne che non sopporta il fumo - si fosse preoccupato di affermare la Legge, in modo da garantire i diritti di tutti i membri della famiglia, non solo della figlia tredicenne, e della collettività, forse, le cose sarebbero andate diversamente. La figlia tredicenne ha sì il diritto di non subire il fumo passivo, ma ha anche dei doveri, e qualcuno glielo deve spiegare. Ancora, questo qualcuno deve fare in modo che i doveri di questa ragazzina siano effettivamente esercitati.

Quanto al cittadino di Lecco che è così sicuro della sua superiorità morale, vorremmo dire che, forse, non è così. Qui, si impone una riflessione. Perché, se un giorno, un giovane normale di Lecco, appartenente ad una famiglia normale, dovesse compiere lo stesso delitto efferato, non capiremmo. Come non comprendiamo oggi la normalità dell’uccisione del benzinaio.

 


 
 
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