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La nevrosi ossessiva

 

Il primo autore che fece luce sulla psicodinamica della nevrosi ossessiva fu Freud. In “Introduzione alla psicoanalisi”, descrivendone il quadro clinico, la definisce in questo modo suggestivo: “ E’ questa certamente una pazza malattia. Credo che la più sbrigliata fantasia psichiatrica non sarebbe riuscita a costruire qualcosa di simile, e se non si potesse averla sott’occhio tutti i giorni nessuno si risolverebbe a crederci”. Naturalmente, tutte le malattie psichiche sono “pazze”, e Freud lo sapeva bene, ma con la sua originale definizione voleva riferirsi alla manifesta irrazionalità delle coazioni e/o ossessioni del paziente, nonché alla inutilità dei rituali ossessivi o della ruminazione mentale. Oltretutto, in un paziente con “ …un carattere tendenzialmente molto energico, spesso straordinariamente ostinato, e di regola intellettualmente dotato al di sopra della media” (ibid.).

Ma vediamo le cose un po’ più da vicino. In tutte le nevrosi si evidenzia un conflitto tra le forze dell’Io e le forze pulsionali. In alcuni casi, le forze dell’Io sono poco impegnate e, in questo caso, l’Io è discretamente in grado di svolgere le sue funzioni quasi normalmente, in altri casi, le forze pulsionali spingono prepotentemente per affermarsi, alterando il comportamento del soggetto nelle sue attività  o nei suoi pensieri.

Nella nevrosi ossessiva, la prima e più visibile alterazione nel soggetto è quella che si riferisce alla sua volontà. Egli è costretto a pensare o ad agire come non vorrebbe, secondo un stile contrario alla sua intelligenza e al comune buon senso. Una forza irrazionale interna lo obbliga a delle ossessioni o a delle  coazioni che non gli danno tregua e mettono a dura prova le capacità di tenuta dell’Io.

Diciamo subito che sia i pensieri che le azioni sono dei derivati pulsionali. Questi derivati esprimono, certe volte direttamente, altre volte in modo associativo con la pulsione originaria, l’impulso rimosso in quanto inaccettabile alla coscienza, trasformato in pensiero o azione

In qualche caso, la nevrosi ossessiva si sviluppa da una altra nevrosi. Per esempio, nella fobia non c’è soltanto la paura della cosa temuta, c’è anche la preoccupazione che si possa essere coinvolti in qualche modo nella situazione fobica. Per evitare questo pericolo, il soggetto attiva una serie di strategie, in modo attento e puntiglioso, che quando diventano eccessive e rigide segnano, appunto, il passaggio dalla fobia alla nevrosi ossessiva. In questo senso, la paura dello sporco, tipica del soggetto fobico, può trasformarsi nel rituale di lavarsi le mani andando ben oltre la necessità igienica di essere puliti, diventando una vera e propria coazione. In alcuni casi, il soggetto non vuole perdere il contatto con la pulsione rimossa, ma tende a  viverla in modo mascherato ed eccessivo: la paura dei luoghi alti si può trasformare nell’ossessione di lanciarsi da grandi altezze, esibendo così un comportamento controfobico.

Un elemento tipico e ben osservabile nella nevrosi ossessiva  è l’impulso ad obbedire ad un comando interno. Il soggetto non vorrebbe, in certi casi, comportarsi come la coazione gli impone, ma si sente impotente nella sua volontà perché una forza interna sconosciuta e fortissima gli ordina di esibire quel certo comportamento e nessun altro. In altri casi, vorrebbe fare una certa cosa ma si sente costretto a modificare il suo obiettivo nel momento stesso in cui si sta accingendo a procedere nel suo intento. In questi casi, è l’istanza superegoica che comanda:  l’Io del soggetto si sente costretto ad ubbidire ad una entità più forte ed autorevole di lui, come da bambino si sentiva dominato dall’autorità dei genitori.

A questo punto, potrebbe sorgere un’obiezione. Le coazioni e le ossessioni sono derivati pulsionali, oppure esprimono tendenze anti istintuali? La risposta, come in tutte le cose complesse, è che il sintomo ossessivo esprime sia la pulsione, sia la difesa da essa. Il fatto è che la pulsione del nevrotico ossessivo non è né lecita, né realistica. Di qui, il bisogno di trattenerla, censurarla, insomma, bloccarla, e quando avviene ciò, prevale la difesa. D’altra parte, la carica energetica della pulsione è sempre molto alta, e l’Io è spesso impotente nei suoi tentativi di fermare la pulsione nella sua corsa verso il soddisfacimento. Alla fine, perciò, la pulsione si afferma, anche se, ad un’attenta osservazione, si può notare che essa mantiene i suoi caratteri difensivi. Fenichel (1951) riferisce alcuni esempi che possono chiarire quanto abbiamo affermato:

“ Un paziente era capace di dissipare l’angoscia che appariva dopo la masturbazione tendendo i muscoli delle gambe. Questa tensione fu sostituita in seguito da un battere ritmico sulle gambe, e più tardi ancora da un altro atto masturbatorio. Un altro paziente aveva dei rimorsi dopo aver compiuto degli esercizi ginnici. L’analisi mostrò che gli esercizi rappresentavano la masturbazione. Poi questo rimorso, che egli aveva placato col suo comportamento ossessivo, finì col suggerirgli l’idea: “ Ora masturbati e rovinati completamente!”, ed egli era costretto a masturbarsi diverse volte di seguito, senza provare alcun piacere.”

Continuando nella sua trattazione, Fenichel (ibid.) osserva che nella nevrosi ossessiva l’elemento nucleare del conflitto è il complesso edipico:

“ Un paziente, sfortunatamente non analizzato, accusava due forme di impulsi ossessivi. Ogniqualvolta vedeva una donna, era obbligato a pensare: ” Potrei ucciderla”; e quando vedeva coltelli o forbici pensava: “ Posso tagliarmi il pene”. Il primo di questi pensieri era stato formulato originariamente nel modo seguente: “ Potrei uccidere mia madre”; l’estenderlo ad altre donne era già una deformazione per mezzo della generalizzazione. Il paziente viveva una vita solitaria, e i suoi soli sfoghi sessuali consistevano in “sogni bagnati” nei quali si vedeva strangolare le donne, o ucciderle con qualche altro metodo. Così il suo impulso ad uccidere le donne era una deformazione del suo desiderio incestuoso. Eliminando questa deformazione, si può affermare che il paziente soffriva di due impulsi: aggredire sua madre sessualmente, e tagliarsi il pene. Ora i suoi impulsi possono essere capiti come un sintomo bifasico: la prima metà rappresenta la soddisfazione del desiderio edipico, la seconda la punizione temuta ”.

A questo punto, occorre fare una precisazione. Nell’analisi dei nevrotici coatti si notano, con frequenza ed evidente chiarezza, impulsi sadico-anali. Nell’esempio sopra riportato in cui il paziente vorrebbe uccidere la madre, si possono osservare sia il desiderio sessuale nei confronti della madre vissuto in modo sadico, sia il bisogno di punizione per lenire i forti sensi di colpa. Come si può vedere, c’è un conflitto tra il bisogno di esprimere una sessualità aggressiva e crudele ed il bisogno di rimediare ai disturbanti contenuti psichici del desiderio con un’autocastrazione riparatrice. Questo orientamento psichico discende da un carattere sadico-anale che si può osservare in tante forme diverse. Si sa che i nevrotici ossessivi amano la pulizia, ma ad una attenta analisi si possono rintracciare bisogni di degradare l’ambiente esterno, come fanno i bambini nella fase anale con le feci. E così, si possono osservare tante apparenti contraddizioni: ordine e disordine, pulizia e sporcizia, crudeltà e gentilezza.

Ora, se gli impulsi che sottendono la sintomatologia ossessiva vanno riferiti ad un’organizzazione sadico-anale che precede quella fallico-edipica, come si spiega l’importanza del complesso edipico nell’eziologia della nevrosi ossessiva? Facendo riferimento ancora a Fenichel, nell’opera citata, che a sua volta attinge a Freud (567, 581, 596, 618), l’apparente contraddizione si spiega con il concetto di regressione:

Si ha l’impressione che gli impulsi sadico-anali crebbero a spese degli impulsi fallico-edipici originali; gli impulsi edipici genitali diminuiscono in rapporto al rafforzarsi degli impulsi sadico-anali. I pazienti, nel tentativo di tener lontano il complesso edipico, regrediscono, in parte, al livello sadico anale”.

Se le cose stanno così, s’impone, a questo punto,  una descrizione della dinamica evolutiva relativa alla fase anale che, verosimilmente, nel paziente ossessivo è stata vissuta con particolare pregnanza, divenendo punto di “fissazione” e, quindi, momento evolutivo appetibile e facilmente cercato dalla regressione, quando questa si attiva.

Questa fase evolutiva, che segue quella orale e sadico-orale, rappresenta un periodo antico di maturazione dell’Io ma, nel contempo, è un momento importante del processo evolutivo, perché è proprio in questo periodo che il bambino inizia i primi processi veri di individuazione e di affermazione del proprio Sé. Se si fa caso, è proprio intorno ai due anni che il bambino utilizza massicciamente il No. Questa oppositività non è generica capricciosità, al contrario, rappresenta il tentativo di superamento di una delle tre antitesi psichiche che si affrontano nel corso del processo evolutivo, e devono essere superate. Da poco tempo, nel corso della fase orale, il bambino ha provvisoriamente e parzialmente superato l’antitesi tra attività e passività. Sciolta la simbiosi con la madre, emancipatosi dai suoi bisogni di dipendenza assoluta dei primi mesi di vita, riesce ad individuarsi, almeno, nel senso di essere in grado di operare una distinzione tra Io e Non-io. A partire da questo momento, giacché non è più “confuso” con la madre, deve riuscire a darsi una sia pure rudimentale identità che lo definisca sempre meglio come individuo. Il progetto è senz’altro stimolante per il bambino, ma irto di difficoltà, interne ed esterne. Il bambino, per emanciparsi dalla madre, deve rinunciare ai suoi bisogni di protezione non ancora superati, evidentemente incompatibili con una vera emancipazione. D’altra parte, la madre, o un suo equivalente, se da un lato favorisce l’autonomia del figlio, dall’altra, la frena per una serie di motivi che sono più o meno numerosi a seconda del suo grado di equilibrio. In questo senso, l’oppositività del bambino è un modo di resistere, da un lato, alle sue tentazioni interne che come sirene lo chiamano alla placida passività dei primi mesi di vita e, in generale, di tutto il primo anno, dall’altro, alla madre che tende a proteggerlo, e plasmarlo secondo le sue vedute su ciò che suo figlio deve essere e dovrà diventare. In questo mare di dubbi, ritrosie e, certe volte, impedimenti, l’assenza del No da parte del bambino renderebbe incerti i confini dell’Io appena abbozzati. E, così, il bambino attiva il No – una delle prime parole imparate - , evita i rischi di cui abbiamo detto, ma entra, inevitabilmente, in conflitto con la madre. Uno dei conflitti più importanti di questa fase è quello che si riferisce all’educazione degli sfinteri.

Perché il bambino possa controllare gli sfinteri deve maturare, intanto, la funzione neurofisiologica che presiede al controllo e, poi, deve rinunciare al soddisfacimento immediato legato alla minzione e alla evacuazione. In questo senso, se la madre dà al bambino il tempo di acquisire queste capacità, il conflitto tra i due si mantiene in ambiti fisiologici. Diversamente, se la madre è particolarmente esigente, con qualche problema personale riferito al controllo, alla pulizia e all’ordine, il livello del conflitto si alza, il bambino può rifiutare la consegna educativa, e si può innestare una vera e propria battaglia del vasino. Oppure il bambino si sottomette. In ogni caso, sia che il bambino si sottometta, sia che aderisca alla volontà della madre, egli vive un’ira ribelle e una paura colpevole:

 “ Irritato dall’intromissione della madre nel suo orario di evacuazione, il bambino risponde alle sue richieste con un’irata sfida, alle sue punizioni e alle sue minacce di castighi con un’impaurita obbedienza. La battaglia è un’altalena, e la madre, per rafforzare la propria posizione, fa in modo che il bambino disobbediente si senta colpevole, lo sottopone al meritato castigo, e gli fa domandare perdono” (S. Rado, in S. Arieti, 1977, cap. 18, pag. 345-346).

In ogni caso, sia che prevalga la disobbedienza, sia che si affermi la sottomissione, il conflitto, con il passare del tempo, si incista nel dualismo ribellione-obbedienza e paura-colpa. La dinamica, all’inizio riferita al controllo degli sfinteri, con il tempo si allargherà ad altre situazioni, ed il soggetto tenderà a rispondere anche a queste nuove prescrizioni e divieti con ribellione o sottomissione, ma sempre con paura e sensi di colpa. Si è così instaurato una schema neurotico in cui la paura nel soggetto nei confronti di chi rappresenta l’autorità gli impedisce una libera espressività, anche se, in ultima analisi, non elimina nel soggetto, perfino quando è stata scelta la sottomissione, il suo bisogno di ribellarsi alle imposizioni.

Si può capire quali saranno nel medio e lungo periodo le conseguenze dello schema neurotico descritto. Quando l’Autorità verrà introiettata e inglobata nell’istanza psichica del Super-io, il conflitto sarà tra il Super-io sadico e l’Io masochistico del soggetto. A questo punto, egli tenterà soluzioni di compromesso che non saranno nel senso dell’accordo e della sintesi, ma, in modo rigido e disadattivo, si ostineranno ad affermare, ora la ribellione, ora la sottomissione, accompagnati sempre da paura e sensi di colpa. La dinamica è matura per sfociare in una nevrosi ossessiva.

Quando si instaura la nevrosi, il soggetto pensa di vivere nelle situazioni attuali le sue fonti d’angoscia. Per esempio, è convinto di essere angosciato dal fatto che può aver dimenticato di chiudere il rubinetto del gas, con possibili conseguenze catastrofiche. E così, va a controllare la bombola del gas, si rassicura per un breve momento, ma poi è costretto a ricontrollare l’operazione che aveva fatto qualche minuto prima, ripetendo la sua coazione decine o centinaia di volte. Perché il punto è proprio questo, il controllo: il soggetto non è tanto preoccupato del fatto che può aver lasciato aperto il rubinetto della bombola del gas, quanto dei contenuti di fondo di questa preoccupazione. La bombola del gas e gli eventi ad essa collegati, compresi i rituali, hanno un significato simbolico che poco o nulla hanno a che fare con la situazione oggettiva. La rappresentazione psichica di una fuga di gas con conseguenze catastrofiche è solo un pretesto per rappresentare un altro evento che, invece è interno, soggettivo, essenzialmente psichico. L’evento interno va riferito ad un vissuto di collera esplosiva che vorrebbe manifestarsi all’esterno con conseguenze distruttive, da un lato, mentre la paura e i sensi di colpa conseguenti per aver desiderato questo evento deplorevole, dall’altro, portano il soggetto ad “annullare” immediatamente l’impulso distruttivo originario con una controattività di controllo. Insomma, il soggetto vuole uccidere, animato da una collera esplosiva, ma nel contempo fa di tutto perché il suo impulso non vada a compimento, dominato da forti sensi di colpa e dalla paura di incorrere in gravi rappresaglie. A voler essere pignoli – ma la pignoleria non è nostra (Fenichel op. cit.), si può affermare che il soggetto, nel momento in cui attiva il controllo, in realtà continua ad alimentare la sua dinamica aggressiva. Il controllo del rubinetto del gas è sì controllo dell’impulso aggressivo-distruttivo, ma rappresenta anche l’augurio che possa aver dimenticato di chiudere il rubinetto del gas. Detto in altro modo, quando scopre che non c’è stata dimenticanza, subito, si rassicura, ma, poco dopo, sente il bisogno di mettere di nuovo in dubbio l’efficacia del suo controllo, pensando e sperando di essersene dimenticato: se il controllo è inefficace, pensa il soggetto, la pulsione si realizzerà. Dopo qualche tempo, non trovando sbocco né la sua aggressività né un’efficace soluzione di controllo della pulsione aggressiva, il soggetto si avvita nel conflitto logorandosi in esso.

Da quanto detto fin qui, si possono già fare alcune considerazioni: il nevrotico coatto teme i suoi sentimenti, le sue sensazioni, i suoi impulsi; il suo Super-io è ipertrofico e rigido; l’Io è debole e dipendente dal suo Super-io. Ne consegue che l’Io non riesce a soddisfare nemmeno i bisogni leciti, e ciò per il semplice fatto che non è l’Io a giudicare la liceità dei suoi bisogni. Al contrario, è il suo Super-io, sadico e rigido, che esercita la funzione del giudizio che si manifesta in tutta la sua intransigenza, condannando e somministrando sanzioni. Di qui ne deriva, ancora, che il coatto se, da un lato, deve ubbidire al suo Super-io, dall’altro, per attenuare le tensioni secondarie ai divieti e per recuperare un minimo d’autostima, tende anche a ribellarsi al Super-io. Il conflitto, forte e senza vie d’uscita, si manifesta, certe volte, in comportamenti tragicomici come nel caso riportato da Fenichel (op. cit.):

” Per ragioni ossessive un paziente non riusciva a lavarsi i denti. Dopo non averli puliti per un certo periodo di tempo si prendeva a schiaffi, rimproverandosi”.

Nella dinamica conflittuale tra Io e Super-io, certe volte, si afferma il dubbio, che nel nevrotico coatto esprime il conflitto tra l’esigenza di obbedire all’Autorità, rappresentata dal Super-io, e il bisogno di trasgredire al divieto; che poi significa il conflitto tra la rinuncia alle sue pulsioni e il tentativo di affermarle attraverso la trasgressione. Per allontanarsi dal conflitto reale, il nevrotico coatto può trasformare il suo dubbio vero in un altro, ideativo e filosofico. La sua tendenza a considerare onnipotente il pensiero fa sì che egli si avvolga in elucubrazioni mentali, pesantissime dal punto di vista dell’economia psichica dell’Io e molto improbabili nel senso della comprensione, che lo lasciano stremato e senza soluzione. Ecco un altro esempio riportato da Fenichel nell’opera sopra citata:

“ Un paziente, guardando una porta, fu costretto a ruminare lungamente sul problema: Quale è la cosa più importante, lo spazio vuoto, riempito dalla porta, o la porta che riempie lo spazio vuoto? Questo problema “filosofico” copriva l’altro dubbio: Qual è la cosa più importante nella sessualità, l’uomo o la donna? Il che significava a sua volta: Qual è per me la cosa più importante, la femminilità o la virilità?”.

La soluzione di questo problema filosofico era tutt’altro che semplice: accettando la femminilità, si sarebbe sottomesso , sconfitto, al volere sadico e castrante del Super-io; scegliendo la virilità, si sarebbe ribellato sì al suo Super-io, affermando i bisogni dell’Es, ma con esiti verosimilmente catastrofici, per effetto della rappresaglia certa e fortemente punitiva del Super-io.

Per concludere la nostra trattazione sulla nevrosi ossessiva, e per cogliere i motivi conduttori della sua psicodinamica, bisogna prendere in considerazione questi fattori essenziali: il complesso edipico, conflitto nucleare della nevrosi, e la regressione alla fase sadico anale con complicanze del quadro clinico. La recrudescenza della severità del Super-io, che per effetto della regressione diventa sadico e più punitivo, porta il nevrotico coatto a combattere su due fronti, vale a dire, contro l’Es e le sue richieste istintuali e contro il Super-io. Ora, se si considera che nel corso del trattamento l’analista è percepito come autorità superegoica, vale a dire, come nemico da combattere nel tentativo di affermare i propri bisogni, e se a ciò si aggiunge il fatto che l’analista, nel tentativo di stemperare la rigidità delle istanze morali del paziente, può apparire anche un corruttore e quindi un rappresentante dell’Es, si può facilmente capire come l’analisi di questa nevrosi sia particolarmente impegnativa e, il più delle volte, lunga.

 


 
 
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