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Intenzioni ed azioni

Non vogliamo parlare, tanto, delle buone azioni, di cui è lastricato l’inferno, quanto di quell’atteggiamento psicologico che ha a che fare con le attese, i progetti, le speranze, in alcuni casi, le illusioni di un essere umano.

Contemporaneamente, vogliamo discutere il "fare", l’operatività, il costruire, giorno per giorno, la propria vita, in un’attività quotidiana, spesso poco eroica, certe volte noiosa, altre volte stimolante o esaltante.

Mi viene in mente la risposta di un generale, di cui non ricordo il nome, impegnato in importanti operazioni militari nel corso della seconda guerra mondiale, ad un giornalista che cercava di capire gli eventi tragici di quel momento.

Gli si chiedeva come facesse, con le gravi responsabilità che gli gravavano sulle spalle, non ultima quella di rispondere della vita di migliaia di soldati, ad essere sereno, non sentirsi angosciato, schiacciato dagli impegni e dalla gravità degli eventi.

Il generale rispose che si preoccupava soltanto di dare il meglio di sé, di fare, durante la giornata, tutto ciò di cui bisognava occuparsi, cercando di andare a letto la sera con la certezza che non avrebbe potuto dare di più, in termini d’impegno e d’applicazione alle cose. Quando riusciva a chiudere la sua giornata con questa convinzione, si addormentava quasi immediatamente e sereno, salvo le amarezze che gli eventi, inevitabilmente, gli procuravano.

E così, forse, siamo entrati nel vivo del discorso. Quello che vogliamo sostenere è che, mentre il fare determina un certo benessere, al di la della fatica dell’azione, le intenzioni, al contrario, procurano tensione.

Il fatto è che le intenzioni sottendono il desiderio di realizzare un progetto, le azioni il progetto lo hanno in sé, oppure lo trascendono.

Ora, si sa che il desiderio, ancorché gradito come "piacere preliminare", nell’attesa del soddisfacimento, provoca "dolore". Questo fatto è molto trasparente nei bambini piccoli dove si può osservare una forte tensione, quando, per esempio, non possono avere il latte, appena hanno fame.

Socrate, che era un saggio, soleva ripetere, passeggiando nella piazza della sua città nei giorni di mercato, : "di quante cose non ho bisogno!". Si potrebbe interpretare l’atteggiamento psicologico di Socrate come quello di chi ha attivato una  "negazione".

Ma noi, qui non vogliamo fare la psicoanalisi del grande filosofo. Stiamo cercando di sostenere che le azioni sono più proficue delle intenzioni. E che le intenzioni prevalgono negli adolescenti e, in parte, nei giovani, mentre le azioni appartengono, prevalentemente, agli adulti.

Non vogliamo nemmeno addentrarci nella dinamica psicologica adolescenziale, dove, appunto, la variabile "intenzione" si evidenzia in modo significativo. Per chi vuole approfondire l’argomento suggeriamo di leggere la "riflessione": " il disagio psichico del giovane adulto".

Quello che c’interessa, in questa sede, è cogliere la dicotomia "intenzione", "azione", nella vita di tutti i giorni e nelle persone normali. E questo perché le dicotomie appartengono ad ognuno di noi e si possono osservare anche ai livelli più alti dell’espressività umana.

Una cosa che colpisce nella nostra cultura, quella italiana, è la prevalenza delle intenzioni sulle azioni. Pochi paesi sono più sensibili di noi ai grandi temi dell’umanità: la pace, la giustizia, la solidarietà, i diritti umani, la tolleranza e chi più ne ha ne metta.

Questo potrebbe esprimere una certa sensibilità culturale che ci viene da una lunga storia di civiltà. In un certo senso, lo si può affermare, oltre che porlo come ipotesi. Ma non facciamoci illusioni. La nostra cultura vive una fase di "regressione" che sottende, come tutte le regressioni, disagio e, nel caso specifico dell’argomento che stiamo trattando, discrepanza tra rappresentazione mentale del proprio valore, attingendo alla propria storia, e reale capacità di interpretare i tempi e, soprattutto, viverli.

Le nostre aspettative "culturali" sono come quelle dell’adolescente che ha vissuto un’infanzia felice, si fa per dire. Come un bambino ipergratificato si aspetta dalla vita grandi cose, così una cultura ipergratificata dalla sua storia tende a costruire un mondo, nella fantasia, dove tutto è perfetto. Purtroppo, nel mentre si attendono questi cambiamenti straordinari, si può scoprire che il proprio futuro è già alle spalle.

E’ già il momento, in Italia, che non ci sia, soprattutto al sud, la disoccupazione giovanile che invece è presente e rappresenta una vera piaga sociale. Lo stesso discorso vale per una giustizia veloce, una scuola funzionante, moderna e bella; esteticamente bella, con aule ben arredate, pulite, luminose, dove è piacevole studiare e quasi non ci si accorge della fatica dello studio.

Ma queste ideuzze non bastano. Dobbiamo risolvere il problema della fame nel mondo, portare la pace in tutti gli angoli del pianeta, abolire la pena capitale là dove è in vigore, affermare principi di libertà e giustizia universali. E poi, dobbiamo essere buoni. Più buoni degli altri. Possiamo occuparci delle piccole cose, quelle di casa nostra e che riguardano il "prossimo" nell’accezione letterale? Si direbbe di no.

Se così è, si è costretti a considerare che chi non ama la propria famiglia, gli amici, quelli che si frequentano e con i quali magari si vivono dei conflitti, i propri concittadini, non può amare un cittadino della Papuasia. Per motivi oggettivi e soggettivi. Il cittadino della Papuasia è troppo lontano, non gli potrebbe arrivare una carezza, tutt’al più la metafora della stessa. I motivi soggettivi risiedono nel fatto che "amare" è un verbo e, quindi, implica l’azione. Ma, come dicevamo prima, di azioni, nella nostra società, se ne vedono poche.

Ci rendiamo perfettamente conto che le analisi psicologiche andrebbero usate con cautela e rivolte, soprattutto, agli ambiti specifici della psicologia. Tuttavia, bisogna considerare che ognuno di noi utilizza, per capire, gli strumenti che ha. Io sono uno psicologo, e il discorso che sto facendo, nella forma e nella sostanza, va ricondotto alla mia formazione culturale. Non c’è molto di scientifico in quello che dico. Sono soltanto pensieri "afferrati e legati".

 


 
 
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