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Guerra e Pace

Forse il modo migliore per parlare della guerra è quello di accostarla alla pace. D’altra parte affermare il valore della pace senza tenere conto del fatto che certe volte la guerra sia inevitabile, può essere non solo velleitario ma anche mistificatorio. In questo senso, crediamo che occorra partire dall’uomo per comprendere certi eventi.

 Se partiamo dall’uomo, dobbiamo onestamente riconoscere che egli sia capace di grandi cose, ma sia anche capace di consumare i delitti più efferati. E non c’è dubbio che la guerra sia una gran brutta cosa.

 Detto questo, però, per onestà intellettuale e morale, bisogna anche dire che la pace bisogna viverla, realizzarla già nelle piccole azioni della vita quotidiana. Affermarla in linea di principio non è sbagliato in sé, ma lo diventa quando ci si schiera dalla parte dei buoni e dei deboli per apparire migliori degli altri. Una definizione del proprio Sé che si caratterizzi per aspetti esageratamente positivi, che confinano con la perfezione, il più delle volte sottende megalomania, onnipotenza e, alla fine dei conti, impotenza, secondo lo schema interpretativo della “formazione reattiva”, il meccanismo difensivo inconscio dell’Io, che trasforma nel contrario i contenuti psichici veri. Con lo stesso meccanismo si può spiegare la falsa bontà che è falsa perché parte da vissuti di ostilità. Un discorso antipatico.

 D’altra parte, quando mai i discorsi simpatici hanno colto la verità. La Verità ha richiesto sempre notevoli sforzi di comprensione ed accettazione. I più fortunati l’hanno raggiunta con la fede. Ma non è forse vero che la fede, quella vera, vacilla e, certe volte, si smarrisce? Se questo discorso è vero, l’uomo dovrebbe accettare il suo relativismo gnoseologico ed etico che, oltretutto, è qualificante per la sua essenza, perché implica la capacità di accettare i propri limiti. L’accettazione dei propri limiti è superamento della megalomania infantile, umiltà, benevolenza verso se stessi e gli altri. Che c’entra la benevolenza? C’entra nel senso che non è possibile vedere le proprie miserie ed assolversi se non si è capaci, appunto, di volersi bene. Il paradosso, allora, potrebbe essere che chi non fa particolari sforzi per dipingersi nel modo migliore ha buone capacità di “comprendersi” e fare altrettanto con gli altri; chi, invece, deve sostenere a tutti i costi la propria “superiorità morale” non può tollerare l’imperfezione in se stessi. Quando quest’imperfezione la coglie negli altri è severo, ostile, malevolo.

 Messe così le cose, si direbbe che l’uomo che fa la guerra è cattivo per l’azione in sé, chi si batte per la pace, essendo stato cattivo e non riuscendo a perdonarsi, alimenta, suo malgrado, la sua cattiveria con il proprio risentimento, vale a dire, risperimentando antichi vissuti di ostilità che si rintracciano negli altri ma che nell’intimo s’individuano come propri.

 Se guardiamo alla storia, l’uomo ha sempre fatto la guerra. In questo senso, vale a dire in questa necessità storica, non dovremmo sorprenderci ed avvilirci quando vediamo eventi che si ripetono nella loro tragicità. Ma se così fosse, l’uomo non sarebbe tale, vale a dire, un essere umano. In fin dei conti, la superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi sta nel fatto che è sì capace di fare il male ma è anche in grado di ravvedersi, di rimediare e, poi, di vivere il conflitto non soltanto con gli altri ma anche con se stesso. Un leone, quando uccide la sua preda, non vive il conflitto. Uccide perché il suo istinto lo porta ad agire in questo modo; e non si pente. L’uomo, no. Con qualche eccezione, l’uomo normalmente si ravvede, si pente; soffre, appunto, il conflitto tra i suoi impulsi peggiori e il suo bisogno, altrettanto forte, di giustizia, di eticità. E quando il conflitto non è canalizzato nel modo giusto, si ammala.

 Nei casi in cui il conflitto è assente, per esempio in certi delinquenti abituali, francamente asociali e amorali, la sofferenza è oggettiva: passano più tempo in carcere o latitanti o, in ogni caso, fanno piuttosto la “mala vita” che la bella vita. Un ex  Minore, che avevamo conosciuto in un carcere minorile quando lavoravamo in quella struttura come consulente psicologo, ci diceva: “Dottore, non mi piace la vita che faccio, ho intenzione di cambiarla; a me piacciono le belle donne, il divertimento, la bella vita, insomma, non la mala vita, se me lo permetteranno”. Non l’abbiamo più visto e, quindi, non sappiamo se ha trovato quello che cercava, ma le sue intenzioni erano vere e forti.

 Questi pensieri non ci portano a schierarci né da una parte né dall’altra. Per il semplice fatto, coerentemente con quanto abbiamo detto fin qui, che riteniamo di essere sia da una parte, sia dall’altra. Non siamo per la guerra, ma non amiamo le rappresentazioni consolatorie.

 Quello che abbiamo cercato di dire è che l’uomo che abbiamo visto nel corso di questa guerra in Iraq è quello vero: aggressivo, violento, fanatico e, poi, ipocrita, debole, patetico e velleitario; ma anche consapevole, responsabile, sinceramente portato ad evitare il male, in grado di attivare comportamenti restituitivi e, quindi, di riconciliarsi, con gli altri e con se stesso. Dopo gli errori e le ipocrisie. Ma come potrebbe essere diversamente. Forse il Padreterno ha rimproverato madre Teresa di Calcutta quando si è presentata al suo cospetto: nessun errore nella sua vita, nessun peccato. Perfino Lui, incarnandosi nel figlio, è andato nel deserto per misurarsi con la tentazione e, qualche volta, ha vacillato. E sulla Croce ha avuto qualche dubbio.

 


 
 
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