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Genitori e figli

Devo confessare una certa difficoltà e un po’ d’imbarazzo nel trattare quest’argomento. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che sono, prima ancora che psicologo, padre.

L’impressione sottile è quella di vivere la presunzione di sapere, e di saper fare, nella dimensione fantasmatica, mentre nella realtà so bene quanto venga difficile anche a me fare il padre. Mi consola il fatto, ampiamente riconosciuto e condiviso, che il mestiere di genitore è il più difficile al mondo. In ogni caso, non è la prima volta che sono costretto a riconoscere i miei limiti, perciò entriamo in quest’argomento, gioia e delizia, angoscia e tormento di molti genitori.

Senza averlo preventivato, siamo arrivati abbastanza presto ad un aspetto che riteniamo importante nella psicodinamica del genitore, oltre che in quella sistemica del rapporto genitore-figlio.

 La psicodinamica a cui stiamo facendo riferimento è quella che gli psicologi del profondo chiamano “ambivalenza”. Credo che non sia indispensabile essere degli addetti ai lavori per capire che, in senso psico-affettivo, ambivalenza voglia dire: essere di due cuori. Senza giri di parole, diciamo subito che se, da un lato, un genitore ama il figlio, dall’altro, in certi momenti non lo sopporta, lo odia. Pensate che sia stato eccessivo? E allora sentite questo fatto, al quale ho assistito personalmente : un padre, armato di roncola, rincorreva un figlio urlandogli , "corri, figlio mio, chè se ti prendo t’ammazzo".

Si potrebbe pensare, comprensibilmente, che questo padre non fosse normale e che quindi il fatto non può essere generalizzato. Vi assicuro che, almeno nella mia valutazione, il padre in questione era sufficientemente normale; se non lo era, la sua mancanza di normalità stava nel fatto che era molto trasparente. Si trattava di un padre piuttosto”primitivo”, vale a dire scarsamente acculturato, con un Io poco differenziato.

E questo è il punto: un Io differenziato non annulla le passioni, le controlla, le canalizza, le sublima. Ora, se è vero che la sublimazione di un sentimento porta, certe volte, su soluzioni adattive, non c’è dubbio che, dall’altro lato, riduce il sentimento. Se così è, nel caso del rapporto genitore-figlio, che la sublimazione sia un fatto positivo è tutto da dimostrare. Ma lasciamo stare le dimostrazioni ed andiamo avanti.

Ho conosciuto un altro padre che quando rimproverava i figli e provava a punirli con qualche rappresaglia fisica, li rincorreva nella casa ma, ogni volta, era lui che si faceva male, procurandosi varie ferite, sbattendo contro spigoli di mobili, scivolando ed andando a sbattere contro qualcosa di duro.

 Un altro padre, molto educato, quando era contrariato da qualche comportamento del figlio, trasformava la sua collera in una disponibilità al dialogo che il figlio, alla fine delle argomentazioni del padre, era così spossato e, a sua volta, in collera da desiderare una punizione fisica anche dura a quella predica lunghissima.

Andiamo nell’altro versante, quello del figlio, e vediamo come stanno le cose. Il figlio, già da bambino, vive una forte ambivalenza nei confronti del padre - per la bambina, l’ambivalenza è diretta verso la  madre -. All’interno di quel rapporto triangolare figlio-madre-padre, vorrebbe prendersi la madre tutta per sé ed uccidere il padre: è questa la dinamica psichica del “Complesso d’Edipo”, descritto dagli psicologi del profondo ed intuito da artisti di sicuro valore che hanno resistito, col passare del tempo, all’oblio dei lettori.

Rappresentarsi un rapporto genitore - figlio nel modo in cui l’ho descritto certamente non riscalda il cuore. Tuttavia, c’è il rovescio della medaglia: ambivalenza è amore-odio; abbiamo detto dell’odio, ora possiamo parlare dell’amore. Ma prima di farlo, una breve precisazione: l’odio non è l’opposto dell’amore, appartiene alla stessa polarità, l’opposto dell’amore è il desiderio di possesso. In tutti i rapporti d’amore, che siano veri, il desiderio di possesso è assente; si vive, al contrario, il desiderio di andare verso l’altro, d’essere transitivi, cercando di procurare il bene della persona amata. Negli amanti la dinamica dell’amore si osserva molto bene: entrambi vanno verso l’altro, anche se qualche volta lo fanno con qualche oggetto contundente in mano.

Potrebbe sembrare che provi un certo gusto masochistico, nel dilungarmi nella dimensione negativa del rapporto genitori-figlio. Non credo sia così. Se mai vivo una sorta di “piacere preliminare”. Il piacere vero è questo: un padre generando un figlio, o la madre concependolo, sconfigge la morte e diventa immortale; almeno così spera. Morirebbe cioè il suo corpo ma rimarrebbero in vita le sue cellule germinali che si svilupperebbero in un altro corpo, quello del figlio, appunto. Da un punto di vista biologico, le cose non stanno esattamente così ma, in ogni caso, da un punto di vista psicologico, l’impressione è che si possa andare oltre la morte.

Si può capire, anche per questo fatto, quante aspettative si formino in un genitore quando mette al mondo un figlio. Il figlio è percepito dal genitore come una parte di se stesso e, in quanto tale, può essere amato come Gesù invita a fare: “ ama il prossimo tuo come te stesso”. Il problema sta nel fatto che il figlio vuole essere amato, ma per se stesso non come fotocopia del genitore. In questo senso il padre dovrebbe superare il suo narcisismo ed amare il figlio, anziché se stesso nel figlio.

 Per i genitori apprensivi e con la pazienza corta, diciamo subito che il superamento del narcisismo è cosa normale. Una persona adulta sana, con un buon equilibrio, non è centrata sul proprio Sé, è orientata verso l’altro, perché questo è l’obiettivo che si è prefissata nel suo processo di crescita e di maturazione. Sembrerebbe che la condizione necessaria ed indispensabile per essere un buon genitore sia quella di essere un uomo o una donna. E, infatti, è proprio così. Se il padre deve essersi sforzato di migliorare prima di mettere al mondo un figlio, questi deve farlo se vuole diventare un uomo ed eventualmente un padre.

Un figlio all’inizio non sa amare; è centrato su se stesso e, poi, è regolato dal “principio del piacere”: è esigente, vuole tutto e subito, compreso l’affetto dei genitori. Se ama lo fa in forma seduttiva, per essere amato ancora di più. Il suo narcisismo non gli consente di investire sugli oggetti in modo transitivo. Tutto preso dalla fatica del crescere, non ha molte risorse per prendersi cura dell’altro, anche se si tratta del padre o della madre. Quando è pronto per amare sceglie una donna, o un uomo nel caso della ragazza. I genitori si sentono frustrati, nei momenti di maggiore pesantezza, vecchi e stanchi. Per fortuna, alla fine del processo di crescita, il figlio ritorna ai genitori e, questa volta,  con forti sentimenti d’affetto e riconoscenza, come si possono cogliere nelle parole del poeta: ”vecchio padre, vecchio artefice, aiutami ora e sempre”. 

Almeno questa è la speranza d’ogni genitore.  Certe volte non accade tutto ciò ed è molto triste per entrambi, genitore e figlio. Quando si realizza la “riconciliazione” si ripete il mistero della nascita, cioè della vita: dopo essere morti tante volte, padre e figlio, entrambi rinascono a nuova vita; il padre con l’impressione di avere sconfitto la morte, il figlio con la fiducia di aver vinto sulla vita.

 


 
 
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