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La fobia

 

In via preliminare, forse è il caso di specificare che le fobie sono delle paure irrazionali. Crediamo importante questa puntualizzazione perché è proprio nella dinamica inconscia che vanno cercati i contenuti delle fobie nonché la loro formazione. Il termine fobia significa paura, panico, ma nel nostro caso non si tratta di una paura normale, riferibile a situazioni o oggetti che solitamente determinano in un normale individuo una reazione, appunto, di paura. In questo senso, possiamo dire di provare paura se ci troviamo in un cinema e scoppia un incendio, ma dobbiamo dire che abbiamo la fobia dell’ascensore se non riusciamo a prenderlo nonostante la consapevolezza della irrilevanza dei rischi, giacché l’ascensore è nuovo, è stato sistematicamente e correttamente manutenzionato. In questo caso la paura è psicologicamente immotivata e proprio per questo si può parlare di fobia.

 L’irrazionalità della paura e l’osservazione non infrequente che i soggetti che hanno delle fobie, spesso, sono delle persone particolarmente brillanti sul piano intellettivo, avevano portato la psichiatria nosografia del diciannovesimo secolo a considerarle delle malattie organiche. Kraepelin, per esempio, nel suo trattato, le considerava malattie degenerative del sistema nervoso con prognosi poco favorevole. Oppenheim le trattava anche con terapie somatiche, facendo lavare la testa del paziente in acqua fredda, oppure, se c’erano dei polipi nasali, procedendo alla loro estirpazione.

 Pierre Janet fu il primo che cercò di dare un senso alle fobie, cercando di coglierne l’aspetto psicologico. Egli le correlò alle paralisi isteriche, spiegando il blocco dell’azione da parte del soggetto fobico come riluttanza a confrontarsi con le situazioni, o oggetti, fonti d’angoscia. Ma fu Freud che chiarì i meccanismi psicologici delle fobie. Intanto egli le distinse dalle ossessioni e le inserì nelle nevrosi d’angoscia e, poi, ne descrisse la psicodinamica nel classico e famoso caso clinico Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans).

 Nelle fobie agiscono alcuni meccanismi difensivi dell’Io che hanno il compito di controllare le ansie della dinamica endopsichica fobica. Detti meccanismi difensivi operano al di fuori della sfera del conscio e consentono al soggetto di evitare il confronto, sia con la situazione o oggetto fobico, sia con la presa di coscienza dei suoi significati. Il primo meccanismo difensivo è quello della rimozione.

Con questa difesa, il soggetto nasconde a se stesso i veri motivi della sua angoscia. Nel caso del piccolo Hans, la vera paura del bambino non era quella per i cavalli, ma quella di castrazione. Apparentemente, il bambino non voleva uscire di casa per il timore di essere morso da un cavallo, ma, in realtà, questa paura sottintendeva un conflitto tra le sue pulsioni ostili nei confronti del padre e le esigenze dell’Io che disapprovavano le pretese istintuali. Oltre a ciò, il bambino viveva la paura di essere punito dal padre per questi vissuti ostili, punizione che egli si rappresentava come terribile, sotto forma di ferita ai genitali. Il suo conflitto edipico non risolto gli faceva vivere un’intensa angoscia di castrazione che non si manifestava come tale, ma, appunto, per effetto della rimozione della sua psicodimanica interna, come fobia di essere morso dai cavalli.

Rimanendo nel caso del piccolo Hans, si può osservare un altro meccanismo psichico che pur non rientrando nei meccanismi di difesa dell'Io tout court - nel senso che l'Io non si difende dagli istinti - può essere considerato una difesa contro gli affetti. Il meccanismo psichico in questione è quello dello spostamento.  

Nel piccolo Hans, le pulsioni aggressive verso il padre, non solo venivano rimosse, ma, anche, spostate sul cavallo in quanto oggetto meno disturbante. Come abbiamo già detto, il bambino non era consapevole della sua dinamica psicologica, e questo perché non riusciva ad ammettere, per il meccanismo della negazione, la sua ostilità nei confronti del padre, verso il quale provava anche sentimenti d’affetto. Insomma, la sua era una dinamica ambivalente: da un lato, forti sentimenti ostili, dall’altro, sentimenti di affetto e tenerezza. Con il meccanismo dello spostamento, egli sperava di raggiungere due obiettivi: continuare ad amare il padre e, nel contempo, odiarlo nella figura del cavallo.

Un’ altro meccanismo difensivo dell'Io dalla dinamiche interne disturbanti è quello della proiezione. Con questo meccanismo difensivo si attribuiscono agli altri contenuti psichici propri. Nel caso del piccolo Hans, i suoi contenuti psichici erano, sì, d’amore nei confronti del padre, ma anche di odio. Il bambino non poteva tollerare la presa di coscienza di detti vissuti e, pertanto, li doveva rimuovere; per essere sicuro che le dinamiche aggressive non superassero le barriere della censura le aveva spostate su un personaggio neutro (il cavallo); infine aveva, utilizzando il meccanismo della proiezione, attribuito al padre, (il cavallo, nella trasformazione del simbolismo inconscio) la sua aggressività, ma temendo, a questo punto, la rappresaglia. Insomma, il ti odio era stato trasformato in mi odi, con la inevitabile rappresentazione di una punizione terribile certa

Per comprendere meglio la psicodinamica delle fobie, bisogna dire qualcosa sull' identificazione e la regressione.

Il ruolo svolto dall'identificazione nelle fobie è stato colto ed ampiamente studiato da molti autori. Il piccolo Hans aveva notato che il cavallo aveva un grosso pene e questo fatto aveva fatto nascere in lui il desiderio di avere un pene potente come quello del cavallo. Per realizzare il suo desiderio, egli si identificò con il cavallo, illudendosi così di essere altrettanto potente. Di passaggio, si può osservare che non è infrequente nei bambini la presenza di bisogni di onnipotenza che, solitamente, esprimono il tentativo di superare, attraverso la formazione reattiva, un vissuto di fondo che, invece, è di impotenza. Sennonché, le primitive identificazioni sono sempre ambivalenti e necessitano di processi introiettivi che, in quanto ambivalenti, ingoiano il personaggio con cui ci si vuole identificare anche nei suoi aspetti negativi, vale a dire, aggressivi e ostili. Ora, portare dentro di sé un personaggio cattivo significa avere il nemico in casa propria, con l’inevitabile conseguenza di pensare di dover fare i conti con lui. A questo punto, il timore del bambino, per le sue fisiologiche debolezze e inferiorità nei confronti dell’adulto, di perdere la partita è inevitabile.

Con l'attivazione del meccanismo psichico della regressione, infine, il fobico raggiunge, si fa per dire, due obiettivi: da un lato, riportandosi in una dimensione infantile, ottiene le protezioni che gli erano concesse in quell’età, dall’altro e nello specifico della dinamica fobica, ottiene le protezioni dagli impulsi inaccettabili e pericolosi, giacché da solo non è in grado di operare un congruo controllo della sua dinamica pulsionale. Elene Deutsch spiegò che la dinamica psichica di alcuni agorafobici che sentono il bisogno di farsi accompagnare da un amico quando devono attraversare spazi aperti, da un lato, sottende il bisogno di protezione di una persona che ha la stessa valenza psicologica del genitore dell’infanzia, dall’altro, esprime pulsioni ostili nei confronti del compagno, inconsciamente odiato. Il fobico distoglie la sua attenzione dalle fantasie omicide verso il compagno, canalizzando le sue preoccupazioni verso la realtà: non ho paura, pensa il fobico, di aver ucciso il mio compagno, perché è qui con me, mi cammina accanto, ho paura degli spazi aperti. Ciò è dimostrato dal fatto che, spesso, il fobico non ha soltanto paura per sé, ma teme anche che possa accadere qualcosa di brutto al suo compagno.

La nevrosi fobica nei bambini

Le fobie nei bambini sono piuttosto frequenti e, entro certi limiti, possono essere considerate un passaggio quasi obbligato. L’angoscia di castrazione, che ha un peso rilevante nella formazione di una nevosi fobica, nel bambino è fisiologica. La “normalità” di frequenti reazioni fobiche nel bambino risiede nel fatto che il complesso edipico non è stato ancora portato a soluzione, e fino a quando ciò non avviene, l‘inevitabile conseguenza dei sensi di ostilità inconscia nei confronti del genitore dello stesso sesso porta, appunto, al timore di subire una ferita ai genitali. Quando il conflitto dell’Io è con la dimensione istintiva, la reazione fobica, spesso, si manifesta nei confronti di animali. Per il bambino è facile rintracciare in certi animali le caratteristiche umane dell’adulto significativo. E così, nel Caso del piccolo Hans, il bambino preferisce rappresentarsi il padre minaccioso come un cavallo aggressivo che vuole morderlo.

Un’altra paura fisiologica del bambino è quella di perdere l’appoggio dei genitori. La sua naturale debolezza nel senso dell’autonomia, rende indispensabile la presenza dei genitori. Di qui la paura del buio che in fondo è paura della solitudine. Nel buio il bambino non “vede” i genitori e pensa che siano scomparsi, vale a dire, che lo abbiano abbandonato. Molto chiarificatrice, a tale proposito, è l’affermazione di un bambino, riportata da Freud: “ Se qualcuno parla, diventa più chiaro”. Forse è utile precisare che la paura del bambino non esprime soltanto la preoccupazione di essere abbandonato. In alcuni casi, il bambino teme di rimanere solo con i propri impulsi e di non riuscire a dominarli. La preoccupazione di non riuscire a controllare da solo la propria eccitazione, porta il bambino a sviluppare angoscia che viene trasformata, o può essere trasformata, dai meccanismi di difesa dell’Io in fobia.

Il superamento del complesso edipico e il rafforzamento dell’Io, consentono al bambino di superare le sue fobie. A un certo punto della sua fase evolutiva, egli si identifica con il padre, introietta le sue norme, e tra queste, il divieto dell’incesto, superando in questo modo il timore di essere castrato dal padre. Parallelamente a questa evoluzione della dinamica edipica, ed anche grazie a questo superamento, l’Io del bambino si rafforza, maturando così la capacità di confrontarsi con i suoi impulsi senza il timore di esserne sopraffatto.

Come si può vedere, la fobia non è angoscia negata come nell’isteria di conversione, né angoscia fluttuante come nella nevrosi d’angoscia, è angoscia che soggiace ad elaborazioni psichiche di autoinganno. A differenza dell’isterico che si disconnette dalle sue sensazioni di fondo, convertendo nella sofferenza somatica la sua sofferenza psichica, il fobico non rinuncia al compito di elaborare la sua angoscia. Per questo verso, il fobico è senz'altro più simile al nevrotico ansioso.  Tuttavia, i suoi tentativi di elaborare l'angoscia sono così confusi, distorti e inautentici che lo rendono diverso anche dall'ansioso. La mistificazione, tipica di tutte le nevrosi, qui diventa esemplare, ed è davvero difficile, per il paziente, ma anche per l'analista comprendere le dinamiche endopsichiche che sottendono la sintomatologia. E' per questo che diventa necessario sollecitare il paziente a confrontarsi con le sue fobie, guardando in faccia le sue paure.  Nel trattamento delle fobie, l'analista non rimane neutro e distaccato, interviene attivamente per canalizzare il paziente nel confronto con la sua fobia. Opera questo intervento nel momento più favorevole, vale a dire, quando il transfert è positivo e rende il paziente permeabile agli inviti dell'analista. L'intervento attivo dell'analista sul paziente fobico per stimolarlo a confrontarsi con le sue paure rappresenta l'unica eccezione introdotta da Freud nella tecnica della psicoanalisi, una psicoterapia nata come non direttiva, e rimasta tale ancora oggi.

 

 
 
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