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La fedeltà

Quando si parla di fedeltà, normalmente, ci si riferisce all’altro. E così, diciamo d’essere fedeli ad un amico, alla propria donna, ad un ideale. Meno spesso si usa la locuzione "essere fedeli a se stessi". Credo che ciò sia dovuto al fatto che è più difficile essere fedeli a se stessi che agli altri, per il semplice fatto che, con riferimento a se stessi, non è possibile l’inganno.

Mi è scappata la parola "inganno" ed ora sono costretto ad avventurarmi in un discorso che, nella migliore delle ipotesi, potrà essere frainteso.

Penso che la fedeltà non sia incompatibile con l’inganno, e viceversa. Ad una donna che si ama si dice, per esempio, "sei bellissima", oppure "sei un tesoro". Il più delle volte, la donna in questione, è semplicemente "gradevole". Non ho mai sentito un uomo innamorato dire alla sua donna " sei gradevole", meno ancora "sei bruttina"; tuttavia, certe volte, è proprio così.

Il discorso, che si riferisce alla difficoltà d’essere fedeli a se stessi, ha pure a che fare con l’inganno, ma, questa volta, nel senso che non si può ingannare se stessi. Anzi, è indispensabile essere trasparenti, avere una buona capacità d’ascolto dei propri bisogni, delle proprie attitudini e, quindi, canalizzarsi verso una corretta finalizzazione della propria esistenza, nel rispetto della propria individualità. Cosa non facile perché gli altri, spesso, ci spingono ad essere come loro vorrebbero che fossimo.

C’è un simpatico spot pubblicitario in cui si vede una mamma che dà il cibo a suo figlio, un bambino di pochi mesi, e, mentre lo nutre, gli racconta la storia della vita che il bambino avrà: la storia finisce che quando il figlio sarà grande e la madre vecchia lei andrà ad abitare con il figlio. La storia non piace al bambino: non si capisce bene se gli viene un convulso o le sputa la pastina in faccia, volutamente.

Ma ora torniamo al primo discorso. Se si vuole essere fedeli ad una donna, utilizziamo questo termine di paragone perché più esplicativo di altri, occorre essere fedeli al proposito originario di amarla. Non solo. Bisogna preoccuparsi di essere amati, di essere, cioè, appetibili.

All’inizio va tutto bene, e il proposito è mantenuto per qualche tempo. La durata varia da uomo a uomo e dipende dalla sua creatività. Perché bisogna essere molto creativi per amare una donna, dei veri artisti. Non è solo una questione di sentimenti, ma di capacità di trasferire i propri sentimenti alla donna con una modalità che non deve essere, semplicemente, quella giusta, ma quella che piace a quella donna. In questo senso, spesso occorre amare non come la donna dice di voler essere amata, ma come i bisogni di fondo di lei esigono. Il punto è cogliere questi bisogni di fondo che, oltretutto, sono ignoti alla stessa donna.

I primi approcci, tra un uomo ed una donna, iniziano con una toilette accurata da parte dell’uomo, e un "trucco" altrettanto accurato da parte della donna. Naturalmente si ha cura di essere simpatici, interessati all’altro ed interessanti. Se le cose vanno bene, ci s’innamora.

In questa fase si è ancora nella dimensione della seduzione, nel senso che si cerca di attrarre l’altro a sé; se si va verso l’altro, lo si fa in modo interessato. L’altro è un estraneo, in certi casi una preda, non sufficientemente affidabile, per lasciarsi andare ai propri sentimenti.

E’ una partita, interessante e stimolante, che si vuole vincere. Se stiamo interpretando correttamente, in questo primo periodo la sostanza del rapporto ha connotazioni competitive. Con il passare del tempo, ci si lascia andare. L’altro non è più un estraneo, non provoca le ansie dei primi tempi; la paura del rifiuto, di non piacere, di non essere accettati, si attenua. Il rapporto, ora, è meno competitivo, sostanzialmente più caldo e affettuoso.

Lasciandosi andare, però, si perde quella "tensione relazionale" di cui parla Lopez. E’ una tensione che, almeno fino ad un certo punto, è positiva: "… perché si mantenga vitale una relazione nel progetto d'amore con la persona che si ama, è necessario che l'individuo sia emotivamente coinvolto e quindi avverta le più sottili sfumature del modo di essere dell'altra persona…"; al di sotto di un certo limite, però, comporta la perdita, appunto, della capacità di "sentire" l’altro e, poi, una certa "indulgenza" verso se stessi, nel senso di non sentirsi più "obbligati" ad essere appetibili come le prime volte.

Può succedere, allora, di ingrassare di tre, quattro chili, di non farsi la barba tutte le mattine, di dimenticarsi la data dell’anniversario di matrimonio. Peccatucci veniali, penserà qualcuno. E, invece, sono le prime infedeltà: si viene meno al rispetto delle regole del contratto non scritto, stipulato in silenzio all’inizio del rapporto, e firmato da entrambi. Nel tempo, ci potranno essere infedeltà più gravi, ma è già da qualche tempo che si tradisce, magari senza saperlo, e si è traditi. A complicare ulteriormente le cose, arrivano le prime "sincerità". Si comunicano, nel rispetto del partner, stanchezze, dubbi, debolezze, che mortificano l’altro e lo rendono insicuro. Non si dice più "sei bellissima", ma "ti sei ingrassata un po’". Sono le prime volte in cui si "fantastica" un partner diverso, che sia in grado di far rivivere certe emozioni e restituire antiche certezze.

Ma torniamo al bambino al quale la madre aveva programmato il suo futuro. Quel bambino deve "tradire" la madre, disubbidire alle sue aspettative, per essere se stesso; nel nostro discorso, per essere fedele a se stesso.

Si consideri, che il tradimento inizia con la creazione: "… è proprio in virtù di un tradimento che l’uomo è stato, letteralmente, "messo al mondo". Un tradimento inevitabile…, perché soltanto tradendo, soltanto contravvenendo al patto originario, l’uomo, da una modalità che non era vita, ma inconscietà e indifferenziazione, si è costituito come soggetto della storia. E’ questo il senso profondo della dottrina nota col nome di "felix culpa", dottrina che lega la venuta redentrice di Cristo, e con essa la prospettiva salvifica d’una vita radicalmente nuova, alla trasgressione originaria di Adamo ed Eva"(Carotenuto 1994).

Con la perdita del Paradiso l’uomo sceglie la sua " tragedia". Si allontana dal " luogo del non-dualismo, del non-desiderio, … dove il cuore dell’uomo non freme, perché in sé pieno, non conosce attesa, perché in sé compimento, non teme morte, perché in sé vita…"(Ibid.). E tuttavia, sceglie la sua vita, meno facile, più tribolata ma più vera. La storia dell’uomo, a ben vedere, è anche la storia della ricerca della verità e della Veritas.

Un’altra tragedia potrebbe essere quella di scoprire che, in questo percorso, l’uomo ha ubbidito a leggi che sono necessarie e lo trascendono. Ma anche così, si può ammettere egualmente, che ha scelto la strada della dignità e dell’unica libertà possibile.

 


 
 
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