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"Saddam

 i due minuti d'odio"

17 gennaio 2004

 

In uno degli ultimi Editoriali di Barbara Spinelli pubblicato da La Stampa, la brava giornalista esprime un sentimento di pietà nei confronti di Saddam Hussein, per come è apparso e  mostrato in quella breve trasmissione televisiva in cui lo si vede mentre è visitato da un medico americano. Si rammarica di aver visto il dittatore “ridotto alla sua umanità… imbestialita dai modi dell’arresto e della successiva spettacolarizzazione”.

Vogliamo fare qualche breve considerazione di natura psicologica, avendo osservato che la reazione della Spinelli non è stata isolata ma espressa da altri commentatori. Ci chiediamo: da dove viene questa pietà? La risposta più semplice potrebbe essere: dalla sensibilità di persone civili che rifiutano qualsiasi forma di violenza. Compresa quella, subdola, di strappare ad un essere umano la sua umanità appena riconquistata. Naturalmente, può essere così. Tuttavia, abbiamo il dubbio che possa esserci qualche altro motivo.

Intanto osserviamo che nel suo articolo la Spinelli chiama il dittatore con il suo nome, e il medico che lo ha visitato un “soldato che spalanca la bocca dell’animale, guarda lo stato e l’età dei suoi denti, fruga nei suoi capelli arruffati, controlla se nel pelo non s’annidino pidocchi”. Forse è stata eccessiva la spettacolarizzazione, intaccata l’umanità di Saddam, ma, ci pare, diminuita anche l’umanità del medico che, come medico e come soldato, si è limitato a svolgere ed eseguire il suo compito. Osserviamo, ancora, che la Spinelli era preoccupata del fatto che “il despota tramutato in accattone” era stato visto non solo da altri tiranni, che erano rimasti spaventati dalla scena, ma anche da “tutti i diseredati e gli impotenti del mondo (che) riconosceranno se stessi e il proprio destino, nel volto di Saddam prigioniero, e risponderanno ai Due Minuti d'Odio con un senso d'abbandono e un odio raddoppiati”.

E, allora, ci siamo chiesti: vuoi vedere che dietro la pietà si cela la paura? Non s’inquieti nessuno: è il nostro mestiere quello di cercare il pelo nell’uovo. La nostra ipotesi, d’altra parte, non ci sembra inverosimile perché la Spinelli, nella sua analisi, continua affermando che si sarebbe potuto convincere Saddam a scendere a più miti consigli, utilizzando sistemi più democratici e civili, come a più miti consigli era sceso Gheddafi  convincendosi di smantellare il programma di  armamento di armi biologiche e chimiche “piegato dalla diplomazia, dalle sanzioni, da una politica lenta, paziente”. Insomma, non scherziamo col fuoco, sembra concludere la Spinelli, è preferibile costruire la pace, anziché fare guerre preventive “prima che il pericolo si manifesti, e senza che il pericolo sia stato ancora provato”.

Ma è proprio così? Non ci sono pericoli evidenti? Sono gli americani ad essere arroganti e presuntuosi, utilizzando impropriamente ed indebitamente la loro potenza militare? O abbiamo paura. Paura che la guerra arrivi nelle nostre case riscaldate, rovesci le nostre mense imbandite, ci convinca che la vita è dura: per ora, solo per i popoli diseredati, domani, anche per noi.

Una cosa ci sembra certa. Troppo poco si parla di quelle migliaia di vittime colpite, nell’attentato alle Torri Gemelle, nel loro diritto di vivere. Troppo poco si parla della sofferente umanità dei familiari delle vittime che avevano il diritto di conservare i loro affetti.

Riflettendo su certi eventi, abbiamo l’impressione che la colpa più grave dei paesi civili e democratici sia quella di affermare una superiorità morale, rispetto ad altri popoli più indietro di noi nel processo di civilizzazione, che non abbiamo. Dovremmo evitare di affermare virtù che non ci appartengono. "Quando la virtù ha dormito, si alza più fresca", diceva Nietzsche. Noi, civili e compassionevoli, dormiamo poco. Alcuni, addirittura, sono insonni, sfibrati, compromessi nella loro integrità


 
 
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