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La disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno

La questione che vogliamo trattare in questa "divagazione" riguarda un argomento ampiamente studiato; per tale motivo c'è da chiedersi se è il caso di affrontarlo in modo non specialistico. Tuttavia, senza avere la presunzione di dire alcunché di risolutivo, vogliamo fare alcune considerazioni che avranno, nella forma e nella sostanza dello scritto, i contenuti della professione che facciamo. Saranno pertanto considerazioni di natura psicologica che cercheranno di soddisfare, intanto, bisogni di analisi personale e, forse, sensibilità di lettori che amano leggere anche tra le righe.

La considerazione che ci viene subito da fare è questa : nell'ambito del lavoro meridionale, la distinzione non è tra lavoratori e disoccupati, ma tra occupati e disoccupati. I lavoratori, anche occupati, sono pochi. Ci rendiamo conto che la considerazione è disturbante, ma se vogliamo fare degli approfondimenti selettivi, utilizzando una scienza, la psicologia, che va al di là delle osservazioni di superficie, siamo costretti a creare qualche turbamento, o qualche sorriso di sufficienza. Ma chi vorrà seguirci nella nostra analisi forse si renderà conto che l'affermazione che abbiamo fatto sopra non è tanto peregrina e, se non lo è, vale la pena di patire qualche turbamento o soffrire qualche sorriso di sufficienza.

Nel processo evolutivo di una qualsiasi persona, ci sono delle tappe che devono essere superate per portare avanti il percorso che va verso la maturazione; queste tappe si ripropongono più volte al fine di elaborare in modo differenziato e completo la problematica che inerisce a quella fase evolutiva. C'è un momento però in cui le ripetizioni non sono più fisiologiche, hanno i caratteri della coazione a ripetere e quindi si possono considerare neurotiche.

 L'adolescente ripete più volte i suoi tentativi di distaccarsi dalle prime costellazioni affettive; più volte cerca di superare la dipendenza infantile, nella fase finale del suo percorso adolescenziale cerca un suo stile di vita, magari lacunoso ancora, ma sentito come personale e sintonico: ciò che ancora deve essere risolto diventa il compito quotidiano per approdare finalmente su posizioni di chiarezza e di stabilità.

 Da questa premessa possiamo continuare dicendo che una delle acquisizioni più importanti nel processo evolutivo di un giovane è quella che si riferisce al senso di identità. Per identità intendiamo un senso di continuità dell'Io che viene da percorsi di differenziazione delle strutture psichiche che consentono di mantenere l'equilibrio psichico con modalità nuove, appunto differenziate, diverse da quelle modalità adattive dell'infanzia o dell'adolescenza che tendevano alla ricerca del piacere attraverso il soddisfacimento del bisogno in forma immediata.

La scoperta di leggi e principi che regolano la vita spinge un giovane non solo a tenere conto della realtà ma anche a scoprire l'approccio più giusto per sintonizzarsi con essa,  in modo tale da raggiungere risultati adattivi. Alla domanda fondamentale "Chi sono io?", il giovane finalmente da una risposta, magari perfettibile, tuttavia sufficiente per affrontare la vita con uno stile, intanto personale, e poi funzionale ai suoi bisogni.  Si capisce forse già da queste considerazioni che la composizione in sintesi della problematica adolescenziale non può essere dilazionata all'infinito: c'è un momento in cui la mancata soluzione di aspetti importanti della dinamica adolescenziale porta, nei casi meno gravi, al disagio psichico del giovane adulto, nei casi più importanti alla nevrosi.

Ora, non è che non si può rimediare ad un'adolescenza abortita che ha avuto esiti di disagio o di nevrosi; è piuttosto difficile rimediare da soli a questi esiti patologici, perché questi esprimono, appunto, la difficoltà a liquidare in modo personale un conflitto che, fisiologico fino ad una certa età, successivamente trova proprio nella soluzione psicopatologica lo sbocco inevitabile.

Detto in altri termini, intorno ai vent'anni, bisogna acquisire e sentire il senso della propria mascolinità o femminilità, è importante essersi individuati, intravedere i ruoli adulti che si vogliono e si possono, in quanto compatibili con le proprie attitudini, coprire in un futuro prossimo. Se tutto questo ed altro è ancora aleatorio a venticinque o, peggio, a trent'anni, è verosimile supporre che sarà così per sempre, a meno di un intervento esterno, quale può essere quello di una psicoterapia, che aiuti il giovane a rivedere la problematica evolutiva irrisolta, riviverla in termini di conflitto e, alla fine, portarla a soluzione definitiva.

In questo senso, per tornare al tema di questa trattazione, se si è disoccupati a venticinque, a trenta, e, in alcuni casi, a trentacinque anni è piuttosto difficile che il soggetto in questione sia riuscito a dare una risposta esaustiva alla domanda fondamentale "Chi sono io?"

Con questo non si vuole dire che un trentenne o trentacinquenne disoccupato debba essere necessariamente un neurotico o un disadattato - di passaggio osserviamo che non è infrequente che sia proprio così - ma che viva una situazione di disagio, una difficoltà ad autodeterminarsi ed affermarsi, questo ci sentiamo di affermarlo con ragionevole sicurezza.

 D'altra parte se si considera lo stile di vita di un giovane adulto disoccupato, si può capire, anche a livello intuitivo, che il modo di vivere non è quello di una persona attiva, che riempie la giornata di fatti, di comportamenti, di operosità, vale a dire di contenuti che in ultima analisi sono anche contenuti psichici.

 Spesso la giornata del giovane disoccupato è vuota, popolata da fantasie che tentano di attenuare il disagio di una disconferma quotidiana da parte della società, con il rischio che in queste fantasie vengano evocati fantasmi del passato, a fatica addomesticati nel processo di maturazione, ma che sono sempre in agguato, pronti a ripresentarsi con la loro valenza disturbante e disadattiva.

 Cosa c'entra questo discorso con la tesi che al sud, nell'ambito del lavoro, la distinzione non è tanto tra lavoratori e disoccupati ma tra occupati e disoccupati? La risposta è implicita nel discorso che abbiamo fatto fin qui;  se vogliamo esplicitarla possiamo dire che come si diventa entro una certa età un uomo o una donna o un omosessuale, se è vero che ad un certo punto si acquisisce uno stile di vita personale, unico, suscettibile di perfezionamenti ed arricchimenti, ma abbastanza stabile, con i caratteri della definitività e irreversibilità, così dovrebbe essere altrettanto vero che non si "impara" a trent'anni, trentacinque anni a fare il contadino, il meccanico, il minatore, mestieri che, oltretutto, per la durezza della fatica, necessitano di tirocini lunghi in senso oggettivo e in senso psicologico.

Per le professioni intellettuali, i limiti di età, comprensibilmente, si dilatano e si può ammettere che si possa iniziare a fare il medico,  l'architetto o l'avvocato anche a trent'anni ed oltre. Bisogna considerare tuttavia che in queste professioni il percorso è di per sé più lungo; già l'università è un tirocinio, poi ci sono l'apprendistato, le specializzazioni, una serie di esperienze che possono considerarsi formative anche in senso psicologico.

Se immaginiamo però un giovane, disoccupato fino ai trent'anni ed oltre, che per tutto il tempo è stato considerato e si è considerato un figlio di famiglia, con dieci euro in tasca, strappati ai genitori con diplomazia o con rabbia, che finalmente vince un concorso, entra nelle Poste o in un qualsiasi ente pubblico, in una parola trova un "posto", ebbene in questo caso è verosimile pensare che utilizzerà il "posto" più per vivere che non per esprimere le sue potenzialità.

Se le cose stanno così, ci sono serie responsabilità da parte dei governi che hanno il compito di garantire il diritto al lavoro; ma non è solo una questione di responsabilità, che pure è cosa importante e grave nell'inadempienza, è anche un fatto di utilità: una società ha bisogno di cittadini operosi e competenti che lavorano sì per vivere ma anche per esprimere la loro essenza di esseri umani che si sono emancipati dai lori limiti più grossolani, raggiungendo capacità di individuazione ed autodeterminazione. Solo così, o anche così, una società è civile e "colta". Solo in questo modo gli interessi del singolo si coniugano proficuamente con quelli della collettività.

 


 
 
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