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Il disagio psichico del giovane adulto

In via preliminare, ci sembra utile precisare che cosa intendiamo per giovane adulto. Intanto vogliamo riferirci ad un giovane che superi i vent’anni e non ne abbia più di trenta, che abbia  superato la fase adolescenziale e acquisito i contenuti della condizione adulta, anche se in forma non completa e non sufficientemente stabile.

Se poi vogliamo parlare, come cercheremo di fare in questa “riflessione”, di un giovane che vive una situazione di disagio, va sempre bene la definizione del periodo temporale (venti-trent’anni), non va più bene la descrizione del giovane adulto che ha acquisito le conquiste dell’età adulta perché, se c’è una situazione di disagio, questo vuol dire che c’è stata una qualche difficoltà ad elaborare la conflittualità adolescenziale.

Fatta questa premessa, passiamo ora a considerare i compiti essenziali dell’adolescente perchè egli possa  approdare felicemente nella condizione adulta.

Il primo compito è quello di disinvestire psichicamente dai primi oggetti d’amore; in seguito superare il narcisismo, vale a dire l’investimento sul proprio Sé per compensare la perdita dei primi oggetti d’amore;  infine, deve trovare nuovi oggetti, al di fuori della primaria costellazione affettiva della famiglia, sui quali investire, questa volta senza ansia o sensi di colpa, e dai quali ricevere la forza e il senso di completamento che evidentemente non può venire da un’impostazione psicologica solipsistica.

Questi passaggi li abbiamo descritti in un’altra “riflessione”:  "i motivi conduttori dell’adolescenza" alla quale rimandiamo per una migliore comprensione della dinamica psicologica del giovane adulto.

Una variabile significativa e costante nel giovane che vive una condizione di disagio è l’assenza di conflitto. Il conflitto, a parte l’intensità del sentire che, evidentemente, è maggiore rispetto al generico disagio, sottende l’idea della lotta tra L’Io ed altre istanze psichiche. 

Si sa che il conflitto presagisce bene per il futuro sviluppo dell’adolescente perché nel conflitto c’è lo sforzo dell’Io di migliorarsi, di resistere alle tentazioni regressive, di non cedere a bisogni infantili e a gratificazioni secondo modalità che appartengono alle prime tappe evolutive. Quando, al contrario, manca il conflitto, è assente la voglia di passare da una fase evolutiva a quella successiva, pagando l’inevitabile prezzo dell’impegno e, spesso, della sofferenza. E allora il giovane si adagia su falsi adattamenti, che  alla fine mostrano i limiti, dal punto di vista della capacità di risolvere realmente i problemi.

Il giovane di cui stiamo parlando non vuole crescere perché considera la dimensione adulta indesiderabile quando, addirittura, non la considera insopportabile. Si può capire perché il giovane vuole lasciare aperta la crisi adolescenziale: egli si lascia tutte le possibilità di sbocco, mantiene le sue fantasie, può continuare a rappresentarsi come meglio preferisce, evitare d’inchinarsi alle necessità della vita, quella reale.

E’ un giovane dalle aspettative grandiose, che evita le scelte, perché qualsiasi scelta è, appunto, inferiore a ciò che ha sempre sognato di realizzare. E così facendo non sceglie. Ricordiamo che crisi, etimologicamente, equivale a scelta; una persona in crisi può apparire debole e può esserlo realmente finché forze d’uguale intensità lo tirano, logorandolo, da una parte e  dall’altra. Alla fine però sceglie, esce quindi dalla crisi, si calma e si sposta su posizioni più avanzate, vale a dire, cresce, matura.

Il giovane che non ha fatto le scelte che doveva fare al momento opportuno e che continua a dilazionare la soluzione dei compiti che la condizione evolutiva impone, può scoprire, andando avanti con gli anni, che il suo futuro è già alle spalle.

Nel frattempo la sua vita, pur avendo un qualche contenuto, non ha quell’intensità che dovrebbe avere, i rapporti interpersonali sono privi di una vera coloritura emotivo-affettiva, il rapporto con l’altro sesso manca di progetto, la dimensione sentimentale è vissuta in termini di voluta provvisorietà che diventa, certe volte, indesiderata precarietà quando si lega ad una donna verso la quale prova un certo interesse ed attaccamento ma teme, nel contempo, la fine del rapporto per la sua personale indisponibilità di fondo e per quella della donna che, dopo qualche tempo, scopre l’inaffidabilità del partner e tende ad allontanarsene.

Tende ad essere esigente, nei rapporti in genere, ed in quello con la donna, fatto questo che sottende la natura infantile dei legami. Il suo rapporto con gli impegni della vita è aleatorio: se studia, procede lentamente, se lavora, prova una gran fatica come di chi è nella dimensione sbagliata. Il fatto è che il giovane che rientra nella tipologia che stiamo descrivendo, non tollera che il mondo esterno lo valuti senza quell’enfasi che per lui è indispensabile e non lo riconosca nei ruoli che egli vorrebbe darsi.

In realtà i ruoli che il giovane in questione copre non possono essere ricondotte a precise identità: egli non fa ciò che è; assume atteggiamenti fittizi, cerca di partecipare, in senso imitativo, degli attributi degli altri, soprattutto di quelle persone che ammira, con le quali vorrebbe identificarsi, senza riuscirci.

Il suo apparire è poco convincente, lui per primo non ci crede. E’ un giovane che non è riuscito a liberarsi del suo narcisismo e che, di fronte agli insuccessi, cerca disperatamente d’ipercompensarsi con autovalorizzazioni eccessive e poco realistiche. Le ferite narcisistiche si susseguono con inevitabili reazioni di frustrazione e di collera. Le intenzioni prevalgono sulle azioni. Certe volte, l’azione è ipertrofica: il giovane si disperde in progetti ambiziosissimi che presto si rivelano velleitari, con conseguenze negative sulla propria autostima. Un esagerato ottimismo nella vita in genere e nell’evoluzione positiva della sua esistenza, tradisce l’insicurezza di fondo.

Un’impostazione psicologica di questo tipo può durare anche a lungo, ma gli autoinganni ad un certo punto mostrano la corda ed il giovane è costretto, finalmente, a prendere atto dell’inadeguatezza delle sue soluzioni. Se cerca un sostegno psicologico, cerca le formule magiche che possono consentirgli di uscire dalla sua impasse. Quando si accorge che non è questa la strada da seguire, entra finalmente in crisi. Se accetta di vivere la crisi e di essere aiutato, cioè se non attiva forti "resistenze" al trattamento, ci sono buone possibilità che anche lui assaggi il sapore amaro della vita, se n’abitui gradualmente, lo gradisca perfino, e si diriga verso i suoi obiettivi adulti.

 


 
 
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