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Diritto di morire

 

Seguendo nei giornali e nei programmi televisivi la vicenda della signora Maria – la donna che ha opposto un netto rifiuto alla volontà dei medici di amputarle la gamba -, abbiamo scoperto che, questa volta, non c’è stato quel furor sanandi che si è manifestato in altre circostanze. Naturalmente ci sono stati anche in questo caso gli irriducibili, vale a dire, quelle persone che avrebbero voluto l’intervento anche con la forza, contro la volontà della diretta interessata. Tuttavia, se abbiamo interpretato correttamente, sono stati in molti, anche religiosi, che hanno attribuito alla signora Maria il diritto di morire, rinunciando all’amputazione della gamba in cancrena.

Ci siamo chiesti: come mai in questa circostanza c’è più tolleranza? La domanda ci pare legittima perché nel dibattito sull’eutanasia, per esempio, abbiamo riscontrato opinioni di natura diversa. Per l’eutanasia ci sono medici che oppongono problemi di coscienza, religiosi che parlano di assoluta impossibilità sul piano etico, oltreché religioso, di uccidere un altro essere umano, persone comuni che sostengono la tesi della vita a tutti i costi. E allora, abbiamo pensato che, forse, il dibattito si svolga tra l'inammissibilità dell'omicidio e l'accettazione del suicidio. Mentre per l’eutanasia ci vuole qualcuno che stacchi la spina o somministri un farmaco capace di produrre una morte dolce, per la signora Maria nessuno è obbligato a compiere un atto di questo tipo. Ma, osserviamo, l’atto rimane. Si tratta dell’atto del non intervento.

E qui incominciamo ad ingarbugliarci anche noi nella nostra riflessione. Una cosa, in effetti, è produrre la morte, sia pure animati dalle migliori intenzioni, altra cosa è astenersi dal compiere un intervento che però è conditio sine qua non per mantenere in vita un essere umano. Tuttavia, pur ammettendo la differenza, siamo presi dal dubbio che la distinzione tra il procurare la morte e l’astenersi da un intervento che garantisca la vita sia così semplice nei contenuti e nelle implicazioni etiche e psicologiche. In altri termini, non siamo certi che procurare la morte sia sempre un fatto più grave di quello che, attraverso l’astensione dell’intervento terapeutico, non permette di vivere. Il dubbio ci viene ed è alimentato dall'idea di responsabilità. Vogliamo dire che  se, per ipotesi, nel caso dell’eutanasia il problema vero è la difficoltà ad assumersi la responsabilità dell’atto di soppressione della vita e non già quello di sostenere, con coerenza logica e partecipazione emotiva ed affettiva, il principio ed il valore della vita di un essere umano, questa sarebbe cosa grave. Come cosa grave sarebbe quella di non volersi assumere la responsabilità di disattendere la volontà di un soggetto di non curarsi quando ciò comporterebbe la morte certa della persona coinvolta. Insomma, una cosa è affermare il principio inviolabile del valore della vita, aderendo con coerenza al principio e, di conseguenza, opponendo un netto rifiuto all’atto che procura la morte, richiesto o scelto,  altra cosa è essere incapaci di assumersi la responsabilità dell’atto. E così, una cosa è rispettare il diritto di una persona di disporre della propria vita come meglio ritiene giusto, altra cosa è essere indifferenti alla vicenda drammatica di quella persona.

Ritornando al discorso dell’eutanasia intesa come omicidio da parte di chi la procura, e a quello del rifiuto di curarsi inteso come suicidio, ci viene in mente il tema dell’aggressività. Non c’è dubbio che sia l’omicidio, sia il suicidio rappresentino un fatto aggressivo: nel primo caso nei confronti dell’altro, nel secondo caso nei confronti di se stessi. Sennonché, la dinamica aggressiva è permeata del vissuto della colpa: una persona che vuole aggredire un’altra o l’aggredisce, sia pure per motivi di forza maggiore o, nel caso dell’eutanasia, perché animato da sentimenti di pietà, quasi sempre si sente in colpa per questo sentimento che, in una rappresentazione inconscia, è vissuto come ostile.  

Alle corte. Se alla base di questi dibattiti c’è il tema della propria aggressività e dei propri sensi di colpa, il tutto non sarebbe poi così nobile come sembra. Alla fine dei conti, si tratterebbe di colpevole indifferenza verso la sofferenza dell’altro, come pure di colpevole egoismo nei confronti del proprio equilibrio.


 
 
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