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La convinzione dell'illegalità

 

Domenica scorsa il derby Roma - Lazio, la partita tanto attesa dagli amanti del calcio, è stato sospeso per volere dei tifosi ultras delle rispettive curve. Era circolata la voce che un bambino era stato ucciso da una camionetta della polizia durante i tafferugli scoppiati prima della partita. E così, all’inizio del secondo tempo, dagli spalti s’è levato il coro dei tifosi delle due squadre che invitava a sospendere la partita. Per la verità, dire che il coro dei tifosi “invitava” a sospendere la partita è un modo di dire molto eufemistico. In realtà si trattava di una vera e propria intimidazione con relativa minaccia d’invasione di campo. A nulla è valsa la rassicurazione degli organi di polizia che avevano smentito la notizia, definendola destituita di ogni fondamento. Sono intervenuti di persona, entrando nel rettangolo di gioco per smentire la notizia, il prefetto Serra ed il questore di Roma, invitando i calciatori a riprendere la partita, diffidando l’arbitro dal prendere la decisione della sospensione, ritenendola pericolosa, precisando che lo avrebbero considerato responsabile di ciò che di grave si sarebbe potuto verificare. L’invito e la diffida, per usare un linguaggio comune, da un orecchio sono entrati e dall’altro sono usciti. L’invito e la diffida dei tifosi, invece, sono rimasti nelle orecchie dei protagonisti, calciatori, arbitro e dirigenti, rimbombando paurosamente, al punto che dopo qualche tempo è stato deciso di sospendere la partita.

Questo il fatto di cronaca. Le considerazioni che si possono fare su questo fatto di cronaca, ci sembrano francamente inquietanti. Forse è stato giusto cedere alle pressioni dei tifosi. Non è inverosimile pensare che un eventuale proseguimento della partita avrebbe potuto causare qualche scontro, anche grave, magari con il morto. Tuttavia, è senz’altro deprimente prendere in considerazione ipotesi di questo tipo, se si ammette un livello minimo di civiltà e un normale senso del rispetto della legge. E questo è il punto. Si è ritenuto da parte dei responsabili, tutori dell’ordine e dirigenti delle due squadre nonché dal presidente della lega calcio, che mancavano quei livelli minimi di civiltà e senso della legge di cui abbiamo detto. Dall’altra parte, quella dei tifosi, si è ritenuto di non dover manifestare quei segni di civiltà e senso della legalità che anche in un campo di calcio, passione a parte, devono essere tenuti in conto.

A parte questo discorso, un’altra considerazione ci viene spontanea. Domenica scorsa abbiamo scoperto l’assenza di coraggio. Non l’hanno avuto i rappresentanti delle forze dell’ordine, i dirigenti delle due squadre, i calciatori, il presidente della lega Galliani, i quali non sono riusciti a sostenere con forza e decisione il proprio punto di vista; è mancato ai tifosi “normali” che hanno ceduto alle minacce degli ultras; infine, gli stessi ultras si sono arresi alla spinta del loro mondo irrazionale, sostenendo la loro decisione al di la del loro stesso buon senso.

Il fatto è che tutto ciò che non è introiettato non può avere la forza delle convinzioni autentiche, convinzioni che portano a scelte coerenti anche se pesanti e rischiose. I tifosi, per la verità, hanno osato di più, rischiato le conseguenze delle loro decisioni, hanno "sentito" la loro scelta ed hanno vinto. Se interpretiamo correttamente, i tifosi hanno colto le loro introiezioni, la forza del no alla legge, costi quel che costi, e sono andati avanti, fino al punto di far sospendere la partita, sconfiggere un prefetto ed un questore nonché qualche milione di italiani seduti davanti allo schermo televisivo che avrebbe voluto vedere la partita. Per rimanere nella terminologia calcistica, hanno vinto i più forti ma rispetto ad avversari deboli. La partita, quella non giocata, non è stata bella. Gli sconfitti non hanno giocato, i vincitori non hanno convinto perché la loro vittoria non è venuta dalla loro forza intrinseca, è scaturita, in modo perfino facile, dalla pochezza degli sconfitti. Con altri avversari avrebbero sicuramente perso.

Alla fine dei conti, se le cose stanno così, tutto è finito come doveva finire e, forse, lo dicevamo prima, è stato pure giusto. Ma l’amarezza è legittima, ed il calo dell’autostima in ognuno di noi inevitabile.


 
 
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