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La collera di Barbara

 

Barbara era una donna nevrotica, ma senza i sintomi tipici della nevrosi. Sì, aveva una gastralgia di natura psicosomatica, delle cefalee tensive, altri disturbi di minore entità, ma ciò di cui soffriva veramente era l’incapacità a vivere una vita normale.

Il suo comportamento si caratterizzava per aspetti eccentrici che potevano far pensare ad una organizzazione di personalità originale. Barbara si sentiva orgogliosa di questa sua apprezzata diversità. Le persone che la conoscevano e la frequentavano non riuscivano a cogliere il disagio di fondo che i suoi comportamenti eccentrici sottintendevano. Erano portate, anzi, a considerarla una donna forte ed emancipata, con una straordinaria capacità di dare ottimi e convincenti consigli. E, in effetti, i consigli li dava, e in abbondanza: tutti quelli che non riusciva a dare a se stessa.

Un giorno, la gatta orinò in un angolo del salone, e i precari equilibri di Barbara furono messi a dura prova. Tuttavia, quella volta, riuscì ad assorbire il colpo, sia pure con qualche difficoltà. Purtroppo, la gatta non aveva capito la gravità della cosa e pensò di orinare nello stesso posto una seconda volta. A questo punto, gli equilibri di Barbara crollarono. Aveva un difficile rapporto con la pulizia e l’ordine, anche se la difficoltà, pur manifestandosi in modo contraddittorio, era vissuta in modo sintonico. In effetti, gli equilibri di Barbara erano puntellati bene. In condizioni normali, quando le sollecitazioni interne ed esterne non erano troppo forti,  riusciva ad essere ordinata, e a gestire abbastanza efficacemente il suo Sé e la realtà esterna. Se, poi, le spinte interne, amplificate dalle provocazioni dell’ambiente esterno, superavano certi livelli d’intensità, era molto abile ad utilizzare il meccanismo difensivo del disinteresse. Un disinteresse studiato che la portava a non occuparsi dei problemi quotidiani. E così, entrava nella parte della bohemienne distaccata e indifferente alle comuni ambasce esistenziali. Purtroppo, nei casi più gravi, il suo Io subiva quasi una destrutturazione. Quello era il momento dell’espressività simbolica. Per sua fortuna, questa espressività simbolica non aveva contenuti psicotici, nel senso che Barbara riusciva a mantenere un buon contatto con la realtà. Solo che non poteva fare a meno di esprimersi per metafore. In ultima analisi, gli esiti dipendevano dal suo umore che, in occasione della seconda pipì della gatta, era sceso ai suoi minimi storici.

Barbara si guardò intorno ed osservò i mobili della casa e la loro disposizione. Non le piaceva la sua casa e nemmeno i mobili. Non voleva accettare questo fatto, e così preferì pensare che la sua insoddisfazione dipendesse da una inadeguata collocazione dei mobili nell’ambiente. Iniziò a spostare i divani, poi, il tavolo, un comò di arte povera malamente ristrutturato. Il risultato non fu soddisfacente. Allora, tolse i tappeti per dare più luce al salone e renderlo più grande dei suoi trenta metri quadrati. Il salone rimaneva piccolo. Passò nella camera da letto. Spostò il letto nella parete opposta, la televisione la tolse dall’angolo della camera e l’appoggiò sulla cassettiera, al  posto della televisione pensò di mettere un’angoliera che, però, coperta dalla televisione, non si vedeva. Poi, aggiunse un divanetto - lo aveva fatto restaurare da un ex falegname marocchino - piccolo e basso, di un intenso colore giallo,  con almeno due gambe storte che ne sconsigliavano un utilizzo frequente. L’agitazione in lei cresceva, non trovando una via d’uscita alla sua collera. Più cresceva la sua agitazione, più i mobili venivano spostati senza senso, fatto questo che determinava un disordine angosciante nella casa. A quel punto arrivò il marito. In un primo momento, Antonio - il marito di Barbara, un uomo paziente e riflessivo - pensò di essersi infilato nell’appartamento sbagliato e stava tornando sui suoi passi. Ma era un uomo riflessivo, e così guardo la chiave che aveva aperto la porta su quel caos. Mio Dio- pensò – mia moglie si sente male un’altra volta. Divorò a lunghi passi il corridoio e giunse nella stanza del figlio dove la moglie si era fermata in intensa e profonda meditazione. La chiamò senza alzare troppo la voce, e con lo sguardo le chiese di spiegargli cosa stesse succedendo. La moglie lo guardò distrattamente e, senza rispondere in modo diretto alla sua domanda implicita, gli disse che dovevano assolutamente comprare un armadio nuovo, capiente e luminoso. Solo l'armadio – rispose il marito -? Certo che no, c’è da cambiare molto in questa casa – rispose Barbara-. Antonio pensò alla sua segretaria.

Angela - la sua segretaria - aveva un neo un po’ troppo grosso vicino alla tempia sinistra. Il neo non era sopraelevato sulla pelle, ma non era nemmeno un puntino o un punto, era grande quasi quanto un chicco di lenticchia. In compenso, era giovane, aveva un viso dai lineamenti decisi e gradevoli, le sue gambe erano lunghe, con caviglie sottili e polpacci ben disegnati. Quando camminava era davvero inquietante: faceva venire in mente la giuncata delle donne brasiliane. E poi, era una vera fissata dell'ordine della scrivania di Antonio.

 


 
 
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