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Il gioco del calcio

Se vogliamo aderire alla locuzione “Il gioco del calcio” utilizzando una approccio di tipo semantico, dovremmo analizzare sia il termine “gioco” sia il modo di dire di quel grande giornalista sportivo scomparso, Gianni Brera, che chiamava il calcio “attività pedatoria”.

In questo senso, in una partita di calcio dovremmo vedere ventidue giocatori che si divertono, utilizzando una modalità motoria, quella dei piedi, che in quanto si dimostra utile al raggiungimento del piacere ha contenuti adattivi e funzionali al raggiungimento dell’obiettivo.

E questo è il punto. Qual è l’obiettivo? Quello di divertirsi o quello di vincere? Si potrebbe rispondere che entrambi sono obiettivi veri di una partita di calcio. Ed è proprio quello che pensiamo anche noi.

Certamente la vittoria aumenta di molto il piacere, già insito nell’attività ludica. Questo lo vediamo nel gioco dei bambini.

Quando giocano, i bambini si divertono perché raggiungono l’obiettivo simbolico e nel raggiungimento dell’obiettivo “vincono”. Se si fa caso, i bambini imitano, nel gioco, gli adulti, vale a dire, cercano di partecipare degli attributi dei grandi, della loro forza, della loro abilità, della loro grandezza.

Il bambino giocando sperimenta una realtà, rappresentata in forma allucinatoria, all’interno della quale si muove con successo ed efficacia più di quanto non potrebbe fare operando nella realtà vera e propria.

Ora, non c’è dubbio che in una partita di calcio ci sono significativi contenuti simbolici. Altrimenti non si capirebbe la partecipazione di migliaia di spettatori, che attraverso la televisione diventano milioni, ad uno spettacolo che spesso non presenta aspetti di divertimento.

Le squadre che si affrontano su un campo di calcio rappresentano due piccoli eserciti che si affrontano su un campo di battaglia per vincere la guerra (il campionato). Partendo dalle battaglie e dai protagonisti veri, forse possiamo arrivare al calcio.

Se pensiamo ai grandi condottieri del passato, da Alessandro Magno a Napoleone, quello che colpisce in loro è la grande capacità di motivare i loro soldati a dare tutto in battaglia, spesso dando l’esempio in termini di coraggio, convinzione nel successo e idealità.

In un certo senso e con i dovuti limiti, lo stesso discorso si può fare per gli allenatori nei confronti dei loro calciatori. Tuttavia tra una battaglia e una partita di calcio, un condottiero e un allenatore, se è vero che ci sono delle analogie sul piano del simbolismo, ci sono pure significative differenze sul piano della sostanza.

In un campo di calcio normalmente non si muore, in una battaglia, si. Tra Alessandro Magno ed un allenatore c’è pure una bella differenza, con tutto il rispetto per l’allenatore.

 Se questo è vero, in una partita di calcio dovrebbe prevalere l’attività ludica, certo non disgiunta dal raggiungimento dell’obiettivo, la vittoria, sulla competizione finalizzata alla sconfitta dell’avversario (nemico).

Sennonché, ci sono molti interessi economici nel gioco del calcio e, quindi, la vittoria è importante. E allora, se dobbiamo ragionare in termini realistici, diciamo pure che l’obiettivo di una partita di calcio è quello di vincere ma, e questo lo si dovrebbe riconoscere, all’interno d’una attività ludica che, in quanto tale, procura piacere.

 L’aspettativa del raggiungimento del piacere, infatti, migliora molto il rendimento. Se un uomo dovesse fare tutto quello che solitamente serve per conquistare una donna senza raggiungere, alla fine, il piacere, credo che sceglierebbe di prendere una canna da pesca ed andarsene a pescare.

Ma dove vogliamo andare a parare?  Stiamo cercando di dire che certe cose non bisogna prenderle troppo sul serio. La serietà è cosa diversa dalla seriosità: la prima si riferisce all’essenza del soggetto, la seconda all’apparire.

Un allenatore dovrebbe capire che la sua essenza non è quella di un condottiero, né in termini di capacità, né di idealità. Lo stesso discorso vale per i calciatori.

A titolo d’esempio riferiamo quello che ha dichiarato un terzino della Nazionale ad un giornalista che gli chiedeva se non era il caso di alzare il livello dello spettacolo, cioè del divertimento, nel calcio: “ Se ci si vuole divertire si può andare al cinema, nel calcio quello che conta è vincere”. Questo calciatore dovrebbe capire che il suo obiettivo non è quello del soldato che si batte per difendere la Patria e quindi farebbe meglio, per lui e per gli spettatori, se "giocasse" al calcio, divertendosi e facendo divertire.

Il gioco, ne abbiamo fatto cenno, trasforma la grevità della realtà in levità e così facendo si raggiungono spesso risultati altrimenti impossibili da raggiungere.

Maradona, il famoso calciatore argentino, aveva grossi limiti come uomo, ciò lo si è visto quando ha smesso di giocare al calcio. Ma fino a quando è riuscito a trasformare la realtà in rappresentazione simbolica, in allegoria, è stato un uomo ben adattato e un grande campione, talento indiscusso a parte. Il suo talento lo ha favorito: nessun allenatore è riuscito ad imporgli il “proprio gioco”. Altri calciatori, di minor talento, sono costretti a subire il “gioco” dell’allenatore; in questo caso, si verifica il paradosso che i calciatori, prima ancora di competere con l’avversario, devono competere con l’allenatore: quando arrivano sul campo, sono giù stanchi , i più sensibili, addirittura sfiniti.

Per quanto riguarda gli allenatori, sarebbe opportuno che essi siano al massimo della forma psicologica: alti livelli d’autostima, scarsi o punto bisogni di compensazioni, in senso psicologico. Questo discorso vale, soprattutto per gli allenatori della Nazionale.

Quello che vediamo, invece, con qualche rara eccezione, è che proprio questi allenatori sono i meno in forma: demotivati impiegati della Federcalcio , frustrati allenatori perché dimenticati dai grandi club, allenatori che sono stati grandi una volta ma che adesso sono sul viale del tramonto, fuori dal gioco per mentalità o perché stanchi. In queste condizioni di forma psicologica non possono ottenere grandi risultati. Essi cercano, come dicevamo prima, di imporre il loro gioco e, pateticamente, si affannano ad ottenere più il loro riscatto che quello della squadra che allenano.

 


 
 
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